Scritto da Tiziana Tafani

Eri bello, eroe totale, territoriale, assoluto. Polemico, guastatore bastian contrario e donchisciotte. Non avevi bisogno che di alzare lo sguardo e tutto si fermava o camminava. Decidevi per tutti, eri imprevedibile, geloso, drastico. Ma quando eri contento, e non lo dicevi mai, ti si fermava sul volto una fossetta, una soltanto. Condividevamo un segreto, mi mettevi alla prova ogni volta chiedendomi le risposte difficili alle tue stramaledette parole crociate. Tu la risposta la sapevi, ma aspettavi di sentirla da me. E io vedevo la fossetta.
I danni che hai fatto con il tuo amore non li ho ancora del tutto decifrati. Ma non te l’ho perdonata di avermi lasciato sola al mondo, e oggi che è il tuo compleanno, sono seduta sulla tua sedia e aspetto.
Se qualcuno mi avesse raccontato che un giorno ti avrei perso, l’avrei preso per matto. Niente poteva far supporre che potesse esistere una forza più forte di te capace di impedirmi di incontrarti.
Io so chi eri e ancora non riesco a fare un passo soltanto senza immaginare quello che mi avresti detto. Dovrei raccontare la tua vita, ma la tua vita è stata una costante epifania di un ruolo pubblico che ti era naturale, come tutte le cose che facevi, e non si trovava mai il verso di metterti in un angolo a tacere, neanche nei momenti più complicati, emergevi e tuonavi. Se qualcuno ancora crede che tu fossi un uomo mite e di buon carattere ha preso un abbaglio.

***

Interno notte. Ore 3.30 del 4 novembre. Un posto imprecisato sulla deriva di una geografia instabile.
La vita tracimava da te con lentezza, avvertivo la presenza di una frana che lentamente si avvicinava e che mi avrebbe portato via. Avvertivo il dolore di resistere. Mi sembrava un compito impossibile. È morto, ho detto, nell’inversa frase, la stessa che ho pronunciato quando sono nati i miei figli. Come se fossi destinataria di un messaggio che Dio mi costringeva a pronunciare, perché diventasse terra quello che di terreno non aveva più nulla.
Non mi ricordo chi ci fosse con me, mi pare che sia passato solo qualche minuto e invece sono state ore di silenzio in quella pace nella quale mi tenevi ancora, consapevole dei disastri che mi aspettavano dopo di te, per una chiaroveggenza, un istinto, tu sapevi.
Mi passava davanti la ferocia delle nostre liti, le distanze che avevamo messo tra di noi per non sbranarci ogni giorno, quante forme strane prende l’amore, non sapevamo parlarci se non con il linguaggio estremo del grido o del sussurro.
Ti tenevo per mano e sapevo che sarebbe stato ancora per poco, la tua mano calda mi trasmetteva il senso del mio esistere, ma presto tutto sarebbe finito e io mi sarei trovata in una tundra, nella desolazione di un viaggio che non ho più voglia di fare.

****

E se io pensavo che fosse finita, davvero mi sbagliavo. In un anno esatto ho perso quanto di più caro avessi: mio padre non c’era più, la mia famiglia si era dissolta, non sarei mai più tornata a camminare come prima. Mi sono domandata spesso quale fosse il senso della mia vita, e adesso sono quasi sicura che il senso fosse tutto in questo anno, che il disegno divino che accompagna la vita di ogni credente, per me, avesse trovato luogo nelle profondità di questa voragine. E lo so perché certamente Dio ha impedito che varcassi quella porta sottile che c’è tra chi vive e chi muore.
Ho imparato tante cose. Ho imparato a conoscere la tenacia degli amici, la trasparenza degli indifferenti, la sconsiderata voluttà degli avari. Gli avari veri, quelli che non hanno sentimenti. Adesso non ho più paura di dire le cose che sento di dover dire, perché so di poter sopravvivere ad ogni conseguenza. Provo una tristezza infinita di fronte a tutti quelli che sono scappati perché il dolore fa paura, e comprendo quanti non hanno suonato alla mia porta, forse anche io avrei fatto la stessa cosa. Sarei scappata per la paura del contagio. Ma il dolore non si contagia, si supera giorno dopo giorno, si recupera dalle piccole cose inutili fino a scivolare verso quelle importanti. Provo una infinita gratitudine per quelli che non mi hanno abbandonata, e con la loro presenza hanno fatto da schermo ai colori che mi accecavano. Penso alle persone che mi hanno dato fiducia e mi hanno messo alla prova, penso che finalmente si è disvelato fra la mura di casa mia il desiderio di appartenere ad un luogo. Penso che tornerò ad essere felice.
Penso a mio fratello, che è tanto lontano ed è stato capace di essermi padre, con i suoi modi spicci e il suo sorriso franco. Mia madre, che mi ha permesso di arrivare fin qui senza mai anteporre il proprio dolore al mio, come sarebbe stato suo diritto fare. Aspettavo che arrivasse questo giorno, che finalmente è arrivato.
E allora l’ho trovato il coraggio, stamattina, di fare una cosa stupida che mi pareva un’enormità; mi sono seduta al mio tavolo di lavoro, e adagio ho cancellato il numero di mio padre. Da qualche parte, forse era solo un desiderio che si realizzava, nelle austere stanze in cui trascorro le giornate mi è arrivato nitido il suono di una risata.