Charlotte Bronte

Scritto da Maddi Magnolia

Una delle più famose citazioni di William Shakespeare recita così: “Cosa c'è in un nome? Ciò che chiamiamo rosa anche con un altro nome conserva sempre il suo profumo.” Devo ammettere che mi ha sempre lasciata un po' perplessa questa frase, perché mi sembrava spiazzante la logica sottesa in queste parole. Certo che una rosa è sempre una rosa. Ma perché dovremmo chiamarla con un altro nome? Cresciamo abituati a chiamare le cose col nome che ci hanno insegnato, sin da piccoli.
Ma negli anni, accostandomi alla scrittura, mi sono soffermata con crescente attenzione a ciò che c’è in un nome. Per esempio, i nomi che vengono scelti nei romanzi sono fondamentali quanto la storia che raccontano. E il nome che alcuni autori scelgono per firmare i loro romanzi, forse, ne hanno decretato la fortuna. È accaduto, per esempio, in Inghilterra che scrittrici e scrittori poi divenuti famosi, abbiano scelto degli pseudonimi per nascondere il vero nome. Prima del Novecento, soprattutto per le donne che scrivevano era comune usare un nome diverso, spesso maschile, per non rivelare la propria identità.
Currer Bell, Ellis Bell e Acton Bell sono, ad esempio, i nomi maschili scelti dalle sorelle Brontë, per sfuggire ai pregiudizi dell’epoca ottocentesca. Con questi pseudonimi scrissero Jane Eyre, Cime tempestose e La signora di Wildfell Hall, capisaldi della letteratura classica. Quando George Smith, giovane editore ricevette nel suo ufficio un pacco firmato Currer Bell, aprì il pacchetto e posò lo sguardo sull’incipit di Jane Eyre. Lo lesse tutto nell’arco della domenica seguente, annullò una corsa a cavallo, saltò la cena e rifiutò di andare a dormire finché non ebbe finito il libro. Sei settimane dopo, l’editore pubblicò il romanzo. Fu un enorme successo, perché la libertà di poter raccontare la passione di Jane Eyre non subì il pregiudizio dei lettori verso l’animo appassionato di una donna.

Lewis Carroll

Diversa è invece la storia dell’autore di Alice nel paese delle meraviglie che si chiamava Charles Lutwidge Dodgson e che era anche un matematico. Usava lo pseudonimo per distinguere la sua carriera di scrittore da quella di matematico. Quando Dodgson decise di sottoporre il libro all'editore MacMillan, questi lo apprezzò molto e cento cinquantacinque anni fa vide finalmente la luce Alice's Adventures in Wonderland firmato da Lewis Carroll. Il libro ebbe un successo immediato e Lewis Carroll divenne presto un amatissimo personaggio pubblico, un alter ego che conduceva una vita parallela a quella del Dodgson insegnante preparato, ma balbuziente, appassionato di fotografie. La matematica, che inizialmente era il suo mestiere, rappresentò per la scrittura un infinito strumento di meraviglia.

 

George Orwell, pseudonimo di Eric Arthur Blair, conosciuto in vita come un giornalista e opinionista politico e culturale, è considerato uno dei maggiori autori del ventesimo secolo. Discontinuo nello studio, come suo padre fece parte del servizio civile imperiale in Birmania. Divenne poliziotto e trascorse il suo tempo libero leggendo e scrivendo. Pieno di tatuaggi sulle nocche e con due famosi baffetti, una volta lasciata la Birmania decise di concentrarsi sull'attività di scrittore a tempo pieno. Il pensiero era scrivere delle vite dei perdenti e l'unico modo per farlo era diventare uno di loro. Per questo fece il lavapiatti a Parigi, a Londra diventò un vagabondo, parlando tutto il tempo con persone che realmente vivevano nella povertà. Uomo superstizioso, aveva la convinzione che le persone potessero fare una magia nera segreta solo partendo dal nome di una persona. Padre di due dei romanzi più famosi al mondo, 1984 e Animal farm, Orwell ha dimostrato che in ciascuno di noi quella che sembra solo inquietudine talvolta può rivelarsi talento