Scritto da Maddi Magnolia

Sua maestà il gatto. Padrone di sé stesso, dall’alto del suo carattere indolente, per l’uomo che tenta di addomesticarlo resta un animale inafferrabile e sfuggente. Antonio Casanova diceva che “il gatto è un lembo di notte arrotolato sullo spigolo di un tetto”. Io aggiungerei, di un letto turco. Perché mai come in Turchia, i gatti rappresentano l’incanto nell’incanto. In particolare, ad Istanbul, diventata nel corso degli anni una città a misura di gatto. Difatti, suoi abitanti provvedono con dedizione al benessere di questi animali dallo spirito libero portato elegantemente con morbide zampe. Seducente e sornione, tutto in lui è misterioso e forse per questo Istanbul si è prestata così meravigliosamente ad accogliere questo quadrupede dall’indole selvatica e ribelle. Esiste un vero e proprio quartiere dedicato, Nisantasi, nel quale i gatti si possono ritrovare e vivere felicemente per le vie della città, dove sono profondamente rispettati e sembrano vegliare da tempo immemorabile su ciò che li circonda (tanto che il racconto che ha dato inizio a questo rapporto con i gatti pare essere l’aneddoto che narra di Maometto salvato dall’attacco di un serpente da Muezza, il suo gatto domestico). Considerato una presenza sacra, tanto che un detto turco dice che “se uccidi un gatto, devi costruire una moschea per essere perdonato da Dio”, gli abitanti di Istanbul preferiscono prendersi cura dei gatti lasciandoli vivere in piena indipendenza.
Per loro, la vita fatta di libertà e vagabondaggio è fondamentale e forse proprio in questo incarnano al meglio lo spirito e la cultura della città che li accoglie. Una città che per molto tempo è stata fedele a sé stessa, ha accolto l’animale che per eccellenza riesce ad essere fedele a sé stesso, più di essere umano. Capitale di tre imperi: quello Romano, quello Ottomano e quello Bizantino, oltre ad essere l’unica città a trovarsi su ben due continenti congiunti dallo stretto del Bosforo, Istanbul possiede due anime, che si incontrano e scontrano da millenni. Immensa nella sua bellezza, è la sintesi della storia occidentale e orientale. Del connubio tra poesia e voluttà, come un gatto.
Da sempre protetti e accuditi, i gatti sono una delle essenze costitutive dell’identità di Istanbul. Si aggirano fra i caffè e le moschee, circondati dalla bellezza come fossero parte dei monumenti storici. Non hanno paura, si avvicinano fiduciosi, si strusciano alle gambe di chi incontrano. Sono di tutti e tutti sono pronti a sfamarli e regalare loro attenzioni. Tra questi, un gatto è divenuto celebre perché era solito sostare in un punto, appoggiandosi al marciapiede in posizione di relax e aspettando che qualcuno si fermasse per una coccola. Era il gatto Tombili, morto nell’ agosto del 2016. Per lui è stata fatta una petizione on-line che ha raggiunto in pochissimo tempo diciassette mila firme. In breve tempo è stata realizzata una statua in bronzo a immagine e somiglianza del gatto immortalato, nella sua posa solita, dall’artista Seval Sahin, con l’aggiunta di una nota: «Vivrai nei nostri cuori. La mascotte delle nostre strade, l’amatissimo Tombili ha perso la sua battaglia per la vita e ha chiuso gli occhi alla vita il primo di agosto».
Senza i gatti, probabilmente Istanbul perderebbe parte del suo fascino. Si dice che assorbano le energie negative e che vivendo in contemplazione, trasmettano serenità. Il loro amore va atteso e meritato, colto in sfumature che ai più possono sfuggire, come il fascino di una tra le città più belle al mondo.