Scritto da Fabrizio Castellani

 

In un ipotetico viaggio nella testa dell'Uomo Ragno, alla ricerca delle sue motivazioni, alle spalle di   Spiderman: BLU e de L'Ultima caccia di Kraven (sceneggiata dallo stesso DeMatteis) la lettura di questo arco narrativo del 1991 è una tappa obbligata. 
La storia, che scorre nell'arco di un paio di notti, racconta di uno scontro a tre fra il nostro Ragno, il mezzo uomo e mezzo topo Vermin (anch'esso già protagonista con DeMatteis) e la nemesi per eccellenza del tessiragnatele, il Goblin, qui nella versione in cui sotto la maschera si nasconde Harry Osborn. 
Tre profili di uomini, Peter, Harry e Edward/Vermin e il modo differente di ognuno di loro di scendere a patti con la propria coscienza e affrontare i rispettivi drammi familiari. Tre uomini in crisi, psicologicamente allo sbando, costretti a confrontarsi con le figure paterne e con i traumi infantili in un percorso di crescita intimo e profondo. Alla ricerca di una identità più personale, diversa da quella “imposta” dai legami familiari. 
La figura femminile della Kafka, la dottoressa che ha in cura Vermin dai fatti de L'Ultima Caccia di Kraven, è l'elemento legante delle varie situazioni, escamotage narrativo che semplifica, e di molto, l'analisi introspettiva.   
DeMatteis è fine sceneggiatore e costruisce una bella storia, fatta di simmetrie e rimandi, di salti nell'inconscio e dialoghi con se stesso, prese di coscienza spesso violente (o violentate, piuttosto). 
Ad ogni porta che apre nella psiche dei protagonisti fa corrispondere un cambiamento e un'azione. Nel concetto, simmetrico, di azione e reazione costringe al cambiamento un altro dei protagonisti. E così via, a cascata. Ovviamente, essendo un fumetto di supereroi, vale la regola dell'equazione azione uguale scontro. 
In tutto questo la figura meno provata è proprio quella di Peter costretto ad affrontare, per così dire “solo”, la perdita dei genitori. Era un bambino all'epoca e, come dice ad un certo punto: “Alle volte soffro per questa perdita, altre invece mi pare quasi insignificante”. 
Diverso e più triste invece il dramma di Harry, schiacciato da un Norman Osborn padre assente, iracondo, violento e sadico (un vero pazzo il primo Goblin, assassino di Gwen Stacy, figura di primo piano tra i cattivi dell'universo Marvel) e ancor di più quella di Edward/Vermin, vittima da bambino delle attenzioni sessuali del padre (toccante, a proposito, la scena in cui un Vermin distrutto e piangente si lascia andare tra le braccia della Dottoressa Kafka). 
Assenti, e forse anche colpevoli, le figure femminili. Se nell'ultima caccia la figura di MJ spicca come ancora di salvezza, qui la bella rossa recita solo la parte di comprimaria, damigella in attesa del ritorno del suo principe. E non da meno sono Liz, la moglie di Harry, né la madre di Edward, incapace di proteggere il figlio dal padre. Donne prive di spessore, spesso chiamate, invocate, che però mai la sceneggiatura fa fatica a esprimerne l’importanza. 
Sal Buscema dimostra di comprendere per bene la simmetria della sceneggiatura e la traspone sulle tavole con mestiere. Spesso in bilico tra classicismo e ricerca dell'elemento disturbante, gioca con i piani sequenza che si muovono avanti e indietro, con la riproposizione del medesimo gesto nei tre protagonisti, con didascalie scomposte nella posizione e nel contenuto. 
Forse paga eccessivamente l'immagine grafica targata McFarlane, disegnatore principe del Ragno negli anni novanta, ma la pulisce dei tanti orpelli (i chilometri di ragnatela, l'ipertrofia muscolare, le inquadrature impossibili) e ne restituisce una forma riconoscibile ma minimale, adatta a una storia che degli scontri e delle battaglie avrebbe potuto tranquillamente fare a meno. A volte banale nella rappresentazione delle paure (il tunnel che Peter percorre in salita, l'immagine di Norman Osborn è un bianco fantasma), altre più sottile e ricercato (i filmati della Kafka e del padre di Vermin, le giostre per Harry Osborn sono, per il lettore attento, dei piccoli gioielli). 
Come spesso gli è accaduto in carriera, Buscema non sembra mai troppo a suo agio quando deve rappresentare scene di movimento e all'aperto, ma si riprende bene nelle inquadrature in interno e con la grande espressività dei volti. 
Alla fine dei conti un ciclo che porta con una certa freschezza i suoi trent'anni, anche se non è privo di acciacchi. 
Ma d'altronde è solo un fumetto. 
 

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