Recensione a cura di Federica L. Mattei

Il Prologo di questo libro ci introduce uno dei personaggi (Il vecchio con la gardenia) che, senza proferire parola né esitando, conduce il futuro Ospite (ovvero colui che ascolta) all’interno di questo Bar sotto il mare dove ad attenderlo troverà dei personaggi che hanno faccende molto inusuali, per non dire bizzarre, da raccontare.
Il primo racconto è del Primo uomo col cappello che parla di un tempo matto in un paese che già dal nome si intuisce la stranezza di cui è vittima. 
La storia che vi racconterò è una storia del mio paese che si chiama Sompazzo ed è famoso per due specialità: le barbabietole e i bugiardi. 
(…) 
Ad aprile ecco di colpo l’estate. Quarantasette gradi. Il grano maturò e in due giorni era cotto. Raccogliemmo duecento quintali di sfilatini di pane. Faceva così caldo che le uova bollivano non solo sul tetto delle macchine, ma anche nel culo delle galline, le poverette starnazzavano e la mattina trovavamo le omelettes nella paglia del pollaio. 
(…) 
Noi umani non ce la passavamo male. Avevamo il pane e il formaggio di Sompazzo, tremila calorie la fetta. Ma per gli animali era dura. Le mucche non avevano erba da mangiare e rifiutarono le bistecche. Le nutrimmo per giorni a cipolle e avevano un fiato da ammazzare Gesù Bambino nel presepe. 
 
Il secondo racconto è opera de Il vecchio con la gardenia.  
Un cane nero e affamato arrivò nella cucina de Il più grande cuoco di Francia, ma poco dopo assunse le sembianze del diavolo, pronto a portar via con sé l’uomo a causa dei suoi numerosi e spregevoli vizi. Ma l’uomo, furbo quanto basta, lo rimpizzò di cibo fino a farlo addormentare. Questo fu sufficiente a garantirgli di mantenere il suo bene più prezioso: la sua cucina. 
Nel terzo racconto, Il cane nero ci parla di una strana specie di animale ovvero il biblioanimale verme disicio, quel verme che si insinua tra le pagine e che tanto odiano giornalisti e addetti allo scrivere. 
Il marinaio, a cui è affidato il quarto racconto, narra di Matu-Maloa, il capodoglio che si innamorò perdutamente del capitano Charlemont e che, sebbene da questi rifiutato, trovò il modo di prenderlo e portarselo via.  
Poi è la volta del racconto de Il bambino serio riguardo un dittatore a cui un certo incontro cambiò la vita.  
Il secondo uomo col cappello ci parla di Achille e Ettore, compaesani di Sompazzo, in lite per una bicicletta. Per contendersela dapprima improvvisarono una gara di stornelli ad insulti, finita alla pari, poi una gara di fiatate che, visto il mangiare, venne sospesa per salvaguardare paese e abitanti e, infine, lo scontro a vino e salsiccia. Ma dopo aver mangiato chilometri di salsicce e bevuto fiumi di vino, ad Ettore gli fu fatale un bicchiere di cedrata. E la bicicletta? Tornò al legittimo proprietario che l’aveva smarrita mentre sulla lapide di Ettore tutti poterono leggere: “A Ettore Baldi, grande amico e ciclista stroncato da prematura cedrata, i suoi cari e gli amici posero salutandolo in paradiso ove è sicuramente arrivato perché in salita va fortissimo.”   
 
La signorina col cappello propone in lettura tre lettere di Giampiero e il suo amore di “contrasto”, ma è Il marziano innamorato di cui parla Il nano ad averla vinta su un pianeta in cui di cose bizzarre ne ha viste più che sul suo Becoda, così come il cuore appassionato di Gregorij Alexandrevic l’aveva avuta vinta sulla risposta d’amore di Nastassia che tanto aveva bramato. 
Dopo L’uomo invisibile è L’uomo con la cicatrice a prendere la parola, raccontando di vite tutte uguali e di comunicazioni incomunicabili e sezionate.  
Poi è la volta de L’uomo col mantello che ci racconta di Oleron e di Egistus, di un’amicizia incominciata ai tempi del collegio, condita di misteri, paure, deliri pressocché incomprensibili: “Per qualche giorno ci frequentammo pochissimo. Su di lui ora fiorivano molte storie inquietanti. Seppi che aveva perso i genitori e viveva da solo in una vecchia casa di Bacairn. Che due suoi fratelli erano morti di una malattia misteriosa, di origine nervosa. Che era stato visto frequentare i bordelli della città, da cui, per la sua giovane età, era stato prelevato dalla polizia e riportato a casa. Qualcuno sussurrava che era un pervertito. Una voce più terribile riguardava certe sue crudeltà, che avevano indotto i parenti a chiuderlo in collegio.” 
Un rivedersi per destino e non per volontà, dopo dieci anni, riconoscere la malvagità, scoprirne l’apparente normalità e il tragico epilogo.  
 
Il barista racconta di tre vecchietti che, sprovvisti di mezzi, riuscirono ad attraversare la strada grazie all’astuzia.  
L’uomo con gli occhiali neri ci racconta di Pronto Soccorso e Beauty Case, due ragazzi che abitano a Manolenzaentri che ce l’hai ed esci senza. Pronto era figlio di una lattaia e di un meccanico truffaldino mentre Beauty di una sarta e di un ladro di Tir. Si innamorarono, i due, e di questo ne fu talmente felice tutto il paese che li aiutarono a sfuggire alla malasorte del tanto temuto vigile Joe Blocchetto. 
È la volta della Sirena che racconta di uno shammizè e di tanta confusione; La vecchietta, invece, racconta di Priscilla, di una classe modello, di un delitto e di quanto di malevolo si possa nascondere dietro le belle apparenze.  
La bionda col vestito rosso ci parla di amori non corrisposti sull’isola di San Lorenzo, di beffe del destino, di decisioni frettolose e approcci approssimativi.  
La ragazza col ciuffo ci racconta di Peter, il chitarrista che voleva diventare una rockstar, sogno andato in frantumi per mano di un invidioso collega di sogni.  
È il cuoco a parlarci di Vantone, uomo dalla vivace mondanità, il re del bon ton della città bene, sul quale cade il velo della vergogna e della dimenticanza per essersi dimostrato villano nei confronti del folletto sbagliato. 
Poi è la volta del venditore di tappeti che racconta di Oda e della sua saggezza salvifica.  
Il ragazzo col ciuffo racconta dell’autogrill horror in cui si imbatte una famiglia di ritorno dalle vacanze. La stravaganza dei due coniugi e dei loro figli e la minaccia inaspettata dell’orango del bar. 
Poi prende velocemente la parola La pulce del cane nero. Molto velocemente. 
Il terzo uomo col cappello è di Sompazzo e ci racconta di proiezioni di film al cinema Splendor, dai risvolti comici. 
L'ultimo racconto è della Bambina che ci narra di come Arturo perplesso davanti alla casa abbandonata sul mare, prova a salvare la vita a suo nonno con un bicchiere d’acqua minerale. 
Ma è nel finale che si addensa ogni cosa, quando tutti i personaggi citati sinora guardano verso l’Ospite in attesa di un racconto. Un raccontare che lo avrebbe fatto uscire da quel bar e dalle sue stranezze. 
O forse no. 
 

La scrittura di Benni, in questi racconti, assume i colori che si possono osservare lasciando roteare un diamante, a destra e a sinistra, davanti alla faccia. È vivida, è solenne, poi ironica, poi ancora: saggia. È ariosa e spensierata, ma diventa anche densa e riflessiva. Ti porta all’interno di sentimenti di empatia, di compassione, di gioia, di speranza e pure di impossibilità. Puoi girare per Sompazzo e credere di poterci trovare i suoi abitanti, che questo o quello esistano, gioire per i due vecchietti che riescono ad attraversare la strada o compatire Oleron e tutto ciò che non è stato. 
Credo che nell’immaginazione di Benni ci sia del genio. 

Stefano Benni

 

 

 

 

 

 

Stefano Benni è nato a Bologna nel 1947. È scrittore, umorista, giornalista, sceneggiatore, poeta e drammaturgo.

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