Scritto da Tiziana Tafani

Lo spaesamento nella pandemia 

Ero ancora in ospedale quando il panico collettivo esplose e come topi fuggiaschi ci rintanammo dentro le nostre tane attenti a che un solo spiffero di aria valicasse la protezione che avevamo messo tra noi e il resto del mondo. 
Noi. Una donna malata, una persona anziana, due adolescenti. Con esigenze diverse e, a quanto sentivamo dire dai professori e dagli esperti, ognuno di noi portatore di istanze inconciliabili fra di loro che avrebbero consegnato i nostri prossimi mesi – su questo non avevamo dubbi – ad una vita di inferno. 
Né potevamo pretendere l’aiuto della signora che ci aveva sollevato nel periodo che aveva preceduto la catastrofe: aveva anche lei dei figli e certamente una gran paura che la tenevano paralizzata dall’altra parte di Roma – Signora non so come fare, i ragazzi non vanno a scuola, io non mi posso muovere di casa, mi dispiace tanto. - E così il primo supporto era stato fatto fuori. 
Ma niente paura, pensavo io, fra qualche giorno i dolori mi saranno passati e sarò in grado di provvedere a tutto io, senza esporre a pericoli la mia anziana madre, senza urtare quell’equilibrio artificioso e fragilissimo che teneva inchiodati i miei figli a forme di insegnamento inedite, e scadenti. 
Marzo aveva apparecchiato cieli pieni di speranza e sotto casa mia, nel giardino condominiale, anime senza gloria stazionavano permanentemente impedendo a noi, più deboli, più impauriti, di scendere a prendere un poco di aria e respirare l’erba del giardino. Perché noi avevamo paura.  
Nel nostro piccolo avevamo formato un campione formidabile di ghiotti soggetti per il Covid19, io senza difese immunitarie, mia madre anziana, i miei figli giovani. Ma eravamo lontani dall’immaginare le conseguenze che quel disastro nel disastro, grazie a tuttologi, giornalisti, improvvisatori di talk show, avrebbero di lì a poco seminato nel Paese. 
Le donne. Io sono una lavoratrice come tante, abituata a ritmi forsennati scanditi da metriche maschili che, come noto, fanno fatica a rincasare, la sera. Ero abituata a fare tutto di corsa, spesa, cucina, compiti dei figli, organizzazione delle giornate. L’immobilità della malattia mi aveva privato di questo furore organizzativo, ma dovevo fare presto a riprendermi perché c’era da fare. 
Più volte nelle lunghissime code dei supermercati, mendicando pietà, ho esibito ai ras delle porte scorrevoli il bisogno di entrare per prima perché avevo la pancia piena di punti. Un vociare agguerrito arrivava dalle altre persone, che, contrariamente a quanto ci si sarebbe aspettato, non erano solidali nel dolore, ma sprizzavano un veleno generico da scaricare su ogni vittima che offrisse loro il collo. 
Sono una donna sola. Un tempo, che neanche riesco più a metter a fuoco, avevo avuto un marito, medico, che per tutta la quarantena non si premurò di farmi neanche una telefonata, poco importa che i suoi figli, quelli che gli avevo dato io, stessero male. Il centro del suo universo stava dentro le sue magliette e di quello che stava capitando a noi non gli importava nulla. 
Poi giunse la catastrofe del lavoro da remoto. Tutte le ore del giorno e quelle delle feste comandate a sbrogliare dietro una tastiera le notizie più terribili sulla nostra economia che con cura confezionavo per il gotha del mio ambiente. Ogni tanto mi fermavo, perché i dolori erano forti e non ce la facevo a restare seduta. Ma a loro poco importava: il lavoro era pagato, occorreva consegnarlo nei tempi e nei modi indicati. Una specie di lavoro a cottimo, che mi offuscava gli occhi e mi riempiva di arsura. Senza soluzione di continuità. Intanto dalle finestre aperte mi giungevano le grida dei bambini e di tutti gli occupanti il giardino condominiale, che somigliavano più ai garruli rumori delle feste piuttosto che a una composta e rispettosa parentesi in cui tutti, con il proprio daffare, contribuivano a tenere a galla quel poco che avevano. 
Mi avrebbe fatto bene camminare un poco nel giardino: ma l’esercito dei condomini prepotenti ne aveva fatto una pista da circo che mi spaventava a morte. Così mi sono chiusa e non ci ho pensato più. E adesso che questo giugno ci ha riportati alle atmosfere di marzo penso con nostalgia a quanto sole mi sia mancato, a tutto il calore che non ho avuto, ai soprusi che come donna ho subito, sobbarcandomi in silenzio cento lavori. E sempre con il sorriso sulle labbra, per non terrorizzare i ragazzi. 
Gli anziani. Mia madre prima della pandemia non era la stessa, adesso si sta un po' riprendendo, ma perché la quarantena è finita ed è tornata in campagna. 
Stava tutto il giorno sulla poltroncina eppure ci aiutava tantissimo, sobbarcandosi i lavori di casa e la cura dei nipoti, che in molti casi a me era preclusa perché qualche clamorosa urgenza mi impediva di attendere ai cento lavori che facevo e quindi ero costretta a delegare a lei. 
La sua calma è stata il mio sostegno, la speranza che avremmo potuto farcela, ma anche un cruccio. Mio fratello da Firenze mi chiedeva continuamente di averne cura e di non farla uscire, e ci è voluta la mano di Dio per tenerla ferma: molte volte, inventandomi malesseri improvvisi o cucine articolate fuori dalla mia portata.  
È stata lei a curarsi che i nipoti fossero sempre puliti e profumati, lei che guardava con disgusto il circo animato nel giardino condominiale e che tante volte usciva all’alba, per non farsi sentire da me, e togliermi il dolore delle scale e delle file, prima che la festa riprendesse con la stessa ignobile metrica. Non ho mai amato Roma. In questo periodo di pandemia ho sentito forte l’urgenza di abbandonarla per sempre. 
Gli anziani sono stati quelli più in pericolo, quelli più abbandonati. Ma sono stati loro il vero perno delle nostre speranze collettive. 
I giovani. I miei figli sono adolescenti. Per potere spiegare quello che è stata per loro la chiusura in casa voglio aspettare un po' di tempo. Le ferite sono troppo fresche e non mi va di grattare via le piccole crosticine che intravvedo attraverso i loro sorrisi. Che spero diventeranno cicatrici, di quelle che si dimenticano, come dopo un parto. 
I saloni di casa mia sembravano una stazione spaziale: c’erano collegamenti con tutto. Con gli amici, con i giochi, con lo svago. I momenti drammatici sono stati quelli con le scuole, con professori buttati in una ribalta a loro non confacente, spaesati loro stessi da queste modalità raggelanti di comunicazione. Ma non hanno smesso mai, e di questo serbo in me un senso di profonda gratitudine. Hanno fatto, con la loro buona volontà, un lavoro in cui le istituzioni li hanno lasciati completamente soli. Nella loro stessa paura, perché i professori sono persone, e sentivo nelle loro parole la volontà di rassicurare gli studenti nello sgomento che certo provavano. 
Cosa abbiamo rubato ai ragazzi. Un anno di vita, la speranza di un futuro normale, la gabbia del male che noi stessi non sapevamo gestire. 
Sono stati composti, tutti i ragazzi che ho visto, non si sono mai lamentati, non si sono abbandonati allo sciupio che ho visto fare a molti adulti. Hanno occupato lo spazio che era loro concesso con la dignità dei soldati, senza che nessuno di noi li avesse preparati a farlo. Pochi giovani, dal mio osservatorio privilegiato, si sono avventurati in scorribande nel circo del giardino condominiale. I miei figli sono stati sereni, il sonno li ha certo aiutati. 
Adesso si stanno risvegliando a piccoli gruppi, con parole sussurrate ad un affetto nuovo per le donne che li hanno accuditi. 
Io mi auguro che tutti i figli, a cominciare dai miei, possano ricordare questo periodo come una parantesi pesante nella loro vita, la parentesi graffa della matematica che riserva allo studente le più forti insidie per poterne dipanare i contenuti. 
Oggi a Roma piove. Il giardino è vuoto. Finalmente. Ma non sono certa che la lezione, quella che hanno dato questi giovani al mondo, sarà compresa fino in fondo. Dovremo aspettare che arrivino loro a dirigere un Paese che ha smarrito la memoria della propria storica opulenza, e lasciarli lavorare secondo le loro metriche. Confido molto in quello che sapranno fare.