Scritto da Maddi Magnolia

Non è necessario essere talentuosi per fare qualcosa di buono. Questo accade in molti ambiti, compresa la fotografiaattraverso la quale si può trasformare in arte qualunque cosa, se osservata dalla giusta prospettiva. Siamo tutti fotografi con lo smartphone in mano. In tempi non sospetti lo raccontava Calvino nella sua “Avventura di un fotografo” quando prevedeva esattamente ciò che ci sarebbe successo “…Perché una volta che avete cominciato, […] non c’è nessuna ragione che vi fermiate. Il passo tra la realtà che viene fotografata in quanto ci appare bella e la realtà che ci appare bella in quanto è stata fotografata, è brevissimo. […] Basta che cominciate a dire di qualcosa: “Ah che bello, bisognerebbe proprio fotografarlo!” e già siete sul terreno di chi pensa che tutto ciò che non è fotografato è perduto, che è come se non fosse esistito, e che quindi per vivere veramente bisogna fotografare quanto più si può, e per fotografare quanto più si può bisogna: o vivere in modo quanto più fotografabile possibile, oppure considerare fotografabile ogni momento della propria vita. La prima via porta alla stupidità, la seconda alla pazzia”. 
Tralasciando il rischio della pazzia, potremmo soffermarci per un attimo a chiederci cosa determini quel bisogno di fotografare. Io credo che tutto sia riconducibile al bisogno di bellezza. La tecnica talvolta deve cedere il posto a quell’epifania che è il talento di catturare il bellodi cui i fotografi sono capaci. Se ci fidiamo delle parole del premio Nobel per la fisica, Niels Bohr che affermava che “un esperto è una persona che ha fatto tutti gli errori possibili in un determinato campo” potremmo supporre che alcune delle foto più belle nascano proprio da un dettaglio apparentemente sbagliato. In una società che ha il terrore dello sbaglioaccade che sia possibile ricavare spazi di casuale bellezza proprio da ciò che è comunemente associato allo sporco, come una pozzanghera. Perché la suggestione non si manifesta solo attraverso i volti, ma anche da una parte del loro riflesso più inattesoDa quello che per tutti noi è qualcosa da scansare, può nascere un guizzo di meraviglia.  
A darcene una dimostrazione è un fotografo spagnolo-canadese di nome Guido Gutiérrez Ruiz, che ci mostra com’è il mondo visto dal suo riflesso dentro le pozzanghere. Ha iniziato casualmente attraversando la strada. Ha guardato dentro una pozzanghera e ha visto il cielo riflesso dentro: da quel momento non ha più smesso di ritrarre il mondo parallelo racchiuso in essa. Pozzanghere che contengono tutto ciò che spesso non riusciamo a vedere. La fotografia, così, diventa lo specchio inconsueto della nostra società, in cui ciò che apparentemente non ha importanza è il riflesso di un ordine profondo e di un immenso bisogno di bellezza. La fotografia è un linguaggio, che coglie quei particolari che si perdono nel nostro vivere frenetico. Nel fermare un’immagine, la fotografia ci racconta storie di un presente che è alla portata di tutti, anche nel suo modo di essere fruibile. Se il modo in cui il fotografo si cimenta nella rappresentazione della realtà testimonia il nostro modo di essere, anche il luogo in cui trovare queste foto ci rappresenta. Gli scatti sono, infatti, visibili sui social, alla portata di click. Non solo fotografie, ma anche vite, amori, lunghe attese, oceani attraversati nello spazio di una pozza d’acqua.