Scritto da Fabrizio Castellani

Quando c'è da rinnovare, cambiare, modernizzare alla DC la soluzione è sempre una: una bella “Crisi” e in mezzo il velocista scarlatto. 
Non c'è niente di meglio di un personaggio che, grazie ai suoi poteri di velocista, riesca a muoversi avanti e indietro nel tempo e addirittura passare da una dimensione all'altra per creare da zero interi nuovi universi. E questa bella run, datata 2011 è esemplare per comprendere al meglio le complessità delle storie SF che includano i viaggi nel tempo. 
La storia (che non ha la parola “Crisi” nel titolo, ma lo è di fatto) si apre con un Barry Allen, alter ego di Flash, che si risveglia al proprio tavolo da lavoro, presso il distretto di polizia di Central City. Anche se attorno a lui molte cose sembrano quelle di tutti i giorni, piccole differenze emergono subito con prepotenza. La principale? Non ha i poteri da velocista. Con il dipanarsi della storia le differenze sono sempre più marcate, e Barry comincia a rendersi conto di essere l'unico a ricordare com'era il mondo reale. E mentre cerca di recuperare i propri poteri, salvare il pianeta da un conflitto apocalittico e riportare la situazione come la ricorda, le nuove memorie si sovrappongono alle vecchie costringendolo a fare i conti con la realtà e con i propri errori. 
Una storyline che sposa la letteratura distopica dalla Svastica sul Sole a Terminator, che mette in mostra interessanti versioni alternative degli eroi e che (e quello era lo scopo), alla fine rimette “quasi” tutto com'era. Un “quasi” grosso come una casa, però. 
Perché fonde tre universi supereroistici in uno: DC, Vertigo e Wildstorm. 
Perché sposta la prima comparsa di tutti gli eroi all'inizio del primo millennio, cancellando di fatto (di nuovo?) tutto quanto accaduto prima. 
Perché, conclusa Flashpoint alla DC partirono con una nuova numerazione e la “New 52”, un nuovo inizio. 
Una bella storia, innovativa e fresca da leggere anche a distanza di dieci anni dalla pubblicazione. 
Ben ideata e scritta, caratterizzata da versioni alternative molto carismatiche e interessanti come il rude Batman di Thomas Wayne (padre dell'originale Bruce), Cyborg (in una versione più simile, per indole, a Superman) e Shazam. 
Inseriti oltretutto in un contesto geopolitico a dir poco sbalorditivo, nel bel mezzo di un conflitto all'ultimo sangue tra le Amazzoni della Regina Wonder Woman che hanno occupato le isole britanniche e gli Atlantidei di Aquaman, che hanno sommerso la vecchia Europa. Un mondo dove Superman (Kal-El) viene tenuto segregato e privato dei suoi poteri dal governo degli Stati Uniti. 
I disegni di Kubert sono pieni di azione, estremamente dinamici e mai ripetitivi. Ogni pagina è differente dalla precedente, come inquadrature, prospettiva e dettagli. 
È veloce, non c'è un singolo istante di pausa, in linea con il personaggio di Flash. Piene di fulmini, saette, fumo e scontri. Senza mai rinunciare ad espressioni che tutto il sentimento, la rabbia, la paura, lasciano trasparire. 
Si avverte quella bella sensazione di “immersione”, il feeling che una storia a fumetti dovrebbe sempre avere, il giusto mix tra quanto arriva agli occhi e quello che invece viene elaborato dal cervello per legare i dialoghi, le pagine, le situazioni in una storia che abbia un senso. 
Non a caso è tra le dieci imperdibili saghe DC. Un gran bel punto di ri-partenza. 

Ah, dimenticavo: rumors dicono che “Flashpoint” sarà la base del cinecomic dedicato al velocista scarlatto per rilanciare l'universo cinematografico dopo il mezzo insuccesso di Justice league. 

Non male, per essere solo un fumetto.