Scritto da Fabrizio Castellani

 

Poco prima della saga de “Il Bambino Dentro” (Qui), alla fine del 1990, La Marvel consegnò ad un giovane e promettentissimo disegnatore la nuova testata dedicata al ragnetto: Spider-man. 
Dopo aver dato una prova eccellente, disegnando un ciclo di storie con protagonista “Hulk Grigio” sotto la sceneggiatura dell'ottimo Peter David, alla Marvel decisero che era tempo di affidare a Todd McFarlane, astro nascente del Comics americano, il compito di lanciare una versione innovativa del loro personaggio più importante. 
Tra l'agosto e il dicembre del 1990 McFarlane si fece carico di sceneggiare, disegnare e inchiostrare “Torment”, ancora oggi una run a dir poco controversa per tutti i lettori delle storie del Ragno. 
La trama, dal taglio a metà tra l'horror e lo splatter, prendeva un grande nemico storico dell'Uomo Ragno, quale il lucertolone umanoide Lizard, e lo metteva sotto il controllo della strega Calypso, amante del defunto Kraven (Qui), in cerca di vendetta. Dopo aver più volte rischiato la morte, in un crescendo continuo di lotte e sangue, con un po’ di fortuna (ovvero parecchia) il nostro ragnetto riusciva anche stavolta a cavarsela. 
Nonostante la trama sia piuttosto esile e banale, lo Spiderman di McFarlane è stato davvero un prodotto innovativo, sotto moltissimi aspetti. 
Il primo, quello che immediatamente salta agli occhi, è l'impostazione grafica scelta da McFarlane. Un Ragno muscoloso, atletico, in grado di assumere posizioni assurde e impossibili, espressivo al di sotto della maschera forse più che senza. Ai limiti della caricatura e del cartoon televisivo. Anche i comprimari subiscono questa metamorfosi. Lizard perde gran parte della sua umanità e diventa una sorta di mostro rettile, con una bocca di denti aguzzi più grandi e numerosi di quanti (fisicamente) possano stare in quello spazio. MJ Watson, già donna sexy di suo (non a caso lavora come modella), diventa una vera sex-bomb: i seni crescono di un paio di taglie, i vestiti diventano tovaglioli e si stringono aderenti a forme sinuose e morbide, le pose si fanno ambigue, audaci. 
L'innovazione stilistica non sarebbe però completa se fosse solo dedicata alle anatomie. Allora gli sfondi si fanno dettagliati e realistici, le prospettive e i punti di vista sono come mai in precedenza, i layout diventano veri e propri elementi grafici, con tavole immerse nel sangue o sospese nel vuoto. Le vignette sono disposte ora in verticale, ora in orizzontale, ora a contorno di una esplosiva splaspage. E Todd disegna ovunque chilometri di spessa, contorta, nodosa ragnatela. 
Un'orgia grafica senza precedenti. 
Dal punto di vista della sceneggiatura, purtroppo, Torment è invece una saga piuttosto banale, fatta di stereotipi e completamente asservita alla parte visiva. I dialoghi sono da soap opera, i personaggi altrettanto piatti nelle loro reazioni. Il povero Lizard, una sorta di piccolo Dottor Jekill e Mr. Hide, viene brutalmente e completamente relegato al ruolo di mostro senza cervello. Quasi un'offesa per uno dei nemici più complessi e “tormentati” del Ragno. 
Quello che regge è il ritmo, che resta sempre teso e serrato, a volte anche troppo. 
D'altra parte la Marvel, affidandosi completamente a McFarlane, scelse di slegare la collana Spiderman dalle altre in pubblicazione (ben tre all'epoca, se non ricordo male), chiedendo all'artista canadese di rispettare “solamente” location e caratteristiche dei personaggi. E McFalane abbracciò la strada dell'apparire, con poca sostanza. 
La scelta di McFarlane di inchiostrare da solo le proprie tavole (una scelta che, pur migliorando di molto la qualità delle tavole e forse obbligata, dopo che alcuni inchiostratori ne avevano pesantemente danneggiato il lavoro) rese impossibile il rispetto di scadenze e portò alla chiusura della testata dopo solo una quindicina di numeri (assieme ad altri motivi che sarebbe lungo, ed inutile, rammentare qui). 
Un anno e mezzo, ma che servì da esempio per tantissimi dopo di lui (da Larsen a Lee, per citarne un paio) e che ancora oggi fa discutere e divide i fan in pro e contro Todd. 
Personalmente ho rivalutato il tratto di McFarlane a distanza di anni. All'inizio (e parlo proprio degli anni novanta) mi apparve davvero “troppo”: troppo carico, troppo splatter, troppo al di fuori della normalità. Non era il mio Uomo Ragno. Ma quando vedi un personaggio e dici: “Hei, ma questo è di Todd McFarlane”, occorre essere onesti e ammettere che un segno, l'artista canadese, lo ha lasciato. 
E i fumetti sono fatti di segni.