Scritto da Fabrizio Castellani

Non sono moltissime le incursioni del talentuoso Neil Gaiman nel mondo DC. Una manciata di albi, perlopiù usati come riempitivi di alto spessore, al di fuori della continuity.
Alla fine di una delle tante “Crisi” marcate DC per il ciclico rinnovo delle testate (questa, piuttosto pomposamente, chiamata “Crisi Finale”), al ritorno dell'amatissimo Flash di Barry Allen corrisponde, per la regola del contrappeso, la scomparsa di Batman.
L'autore del bestseller “American Gods”, con la propria visione della materia della divinità, del sogno e della morte, mette in mostra in una sessantina di tavole la giusta veglia funebre.
Mescola le testimonianze, ci porta dentro e fuori da un sogno che forse è l'esperienza dell'aldilà. Oppure qualcos'altro.
In uno scantinato sporco di Crime Alley, lontano da folle oceaniche, riflettori, lacrime vere o presunte il corpo senza vita del Cavaliere Oscuro riceve l'omaggio di chi lo ha (o forse solamente lo crede) conosciuto.
Davanti al feretro passano amici e nemici, da Catwoman ad Alfred, a Robin, a Superman. Un pubblico fatto di vecchi nemici come il Joker e il Pinguino, di amici come il commissario Gordon e sua figlia Barbara, assiste alla veglia e ascolta le storie. Le storie SU Batman, di come sia morto, di cosa sia stato da vivo. Ogni storia differente, in qualche modo giusta e reale, eppure immensamente sbagliata.
Un osservatore fuori campo, invisibile a tutti, cerca di capirne l'essenza, di filtrare la vera natura del crociato e arrivare a capire CHI e COSA fosse davvero.
É Batman stesso. Il miglior investigatore del mondo non poteva mancare al proprio funerale.
Aiutato da una guida familiare, Batman cammina sui suoi passi, rivede la propria storia con occhi altrui, scopre chi è, davvero, il Cavaliere Oscuro.
Un viaggio tra il sogno e la morte, quell'esperienza pre-morte che si dice compia chi si trova ad un instante dalla propria dipartita e che aiuta a capire chi siamo stati.
La risposta, come sempre, nel finale: Batman è Batman. Reale più di Bruce Wayne, costretto per natura a sorreggere da solo la propria missione: rendere sicura Gotham, anche fosse per una sola persona. Proteggere gli innocenti, punire i colpevoli. E se dovesse tornare in vita sarebbe ancora Batman. Perché quello è il suo esistere.
Alle matite la certezza Kubert con il suo piacevole e pulito tratto classico -buono per tutte le occasioni, dà un'ottima prova sia nelle poche scene d'azione che nelle tavole dove a dominare è il sentimento. Sceglie con cura le anatomie e i punti di vista, si concede qualche licenza anche con le impaginazioni e con le disposizioni delle vignette.
Riesce, senza esagerare, anche a regalare al lettore versioni diverse dei personaggi: da quelle più vecchie che si rifanno agli anni cinquanta alternate con alcune più recenti. Assolutamente in sintonia con la storia.
Alla fine un bel racconto, lento, profondo, a tratti toccante. Suggestivo.
Lontano dalle linee epiche che potremmo (dovremmo?) aspettarci quando si tratta della morte di personaggi leggendari (ma davvero, muoiono mai gli eroi a fumetti?). Un racconto che necessita di calma e attenzione nella lettura. Perché non c'è fretta, nei sogni e nella morte.
Neanche nei fumetti.