Scritto da Maddi Magnolia

 

Quei due, così come sono,  

sono reciprocamente necessari.  

E pensò: ecco, questo modo d’essere è l’amore.  

E poi: l’umano arriva dove arriva l’amore;  

non ha confini se non quelli che gli diamo.
 

(I. Calvino) 

 

Provocatoria, onirica, indecifrabile. Spesso è questo l’arte.  

Se poi si è tra gli artisti più noti e discussi al mondo come Marina Abramović, celeberrima performer serba (il suo nome produce circa 1.870.000 risultati sul motore di ricerca), si può affermare che ogni sua opera è sempre un evento da raccontare agli altri, come un’avventura, un viaggio nel profondo di sé stessi. L’arte è, infatti, un impulso irrefrenabile che riflette l’urgenza di un essere umano di mettere a nudo il proprio animo, contemplando le emozioni suscitate e liberandole da vincoli e costrizioni. 
Raramente, però, un’artista è riuscita a fare del proprio corpo immobile un racconto di cosa possa rappresentare una storia d’amore, anche quando finisce. La prima volta che ho visto, per caso, questa performance confesso di aver pianto, perché la potenza emotiva supera qualunque possibilità di parola. Ogni singolo gesto è una narrazione, il modo di sistemarsi la giacca prima di sedersi, il fiato corto, gli occhi che si gonfiano di lacrime. Tutto questo, semplicemente stando in silenzio. Perché in amore le cose migliori (e talvolta anche le peggiori) sono fatte di silenzi e soprattutto hanno sempre come protagonista assoluto il corpoquale veicolo di passione, di forza e comunicabilità. L’Abramović ha più volte sconvolto il mondo con le sue performance ed è stata la protagonista indiscussa di una delle storie d’amore più famose dell’arte contemporanea. 
Questa performance inizia con una donna immobile in una stanza, al Moma di New York. È il 2010 e la performance, durata tre mesi, prevede che l’Abramović, vestita di un ampio abito, resti seduta ad un tavolo di fronte ad una sedia vuota, dove poteva sedersi chiunque, semplicemente per fissarla negli occhi. Trenta giornistando per moltissime ore seduta di fronte a migliaia di persone che, una alla volta, si rendevano partecipi di un’opera darte in divenire. Ogni incontro di sguardi provocava qualcosa sia nell’artista che nella persona che le si trovava di frontema all’improvviso accade qualcosa di potente e imprevedibilele si è seduto di fronte un uomo, a cui piangendo ha stretto le mani. Non era un visitatore qualunque, bensì Ulayil grande amore con cui aveva stretto un fortunato sodalizio artisticoritrovato in quel momento ventitré anni dopo il loro addio.  
Quella tra Marina Abramović e Ulay è la storia d’amore più seguita dal pubblico dell’arte contemporanea. Lei serba di Belgrado e lui tedesco, insieme dal 1976, dopo 12 anni appassionati il rapporto era entrato in crisi così decisero di lasciarsi. Non lo hanno fatto come molti di noi, con rabbia e frasi ingrate: avevano scelto una performance anche per lasciarsi, camminando ognuno dai due lati opposti della Muraglia Cinese, lei dall’estremità orientale e lui da quella occidentale, per poi incontrarsi a metà strada e dirsi addio. Otto mesi di preparativi, novanta giorni di viaggio che sono bastati a Ulay per innamorarsi della propria interprete e metterla incinta. Il titolo della performance è The Great Wall: Lovers at the Brink, la BBC ne ha fatto un documentario dal finale inaspettato, dove lui chiede a Marina “Che cosa devo fare adesso?” e lei risponde soltanto “non lo so, ma io me ne vado”. Sembra ripercorrere simbolicamente la performance che avevano realizzato insieme, nel 1980, dove un arco teso li univa e li separava allo stesso tempo. Lei impugnava l’arco, mentre lui teneva tesa la freccia puntata sul suo cuore: una sola esitazione da parte di lei o di Ulay avrebbe segnato la fine. Dopo quei novanta giorni, un freccia aveva colpito quella storia. 
Ulay è scomparso pochi mesi fa. Mi piace immaginare che questa volta sia stata lei a chiedergli “Che cosa devo fare adesso?” e lui abbia risposto “non lo so, ma io me ne vado”. Perché alla fine la performance più riuscita, per gli artisti e per ciascuno di noi, resta l’amore. 

 

 

 “The hardest thing is to do something which is close to nothing  

because it is demanding all of you.”  

(Marina Abramović) 

 https://www.youtube.com/watch?v=OS0Tg0IjCp4