Scritto da Fabrizio Castellani

Prima di diventare il grande successo marcato Netflix (del quale ho parlato un paio di settimane fa), “The Umbrella Academy” è una serie a fumetti. Un ciclo di sei albi , “La suite dell’apocalisse”, ideato da Gerard Way, musicista prestato alle sceneggiature, e disegnato da Gabriel Ba per il marchio DarkHorse, oramai nel lontano 2007.
Way mette in scena una corsa velocissima, fatta di azione, eventi, accadimenti, personaggi. A mio avviso va anche troppo veloce, perché spesso il lettore si trova davanti delle informazioni e delle situazioni che avrebbero meritato più calma e approfondimento (in questo la serie TV risulta più facile, con le sue dieci ore di durata). Attinge alle “famiglie” disfunzionali del mondo supereroistico quali X-Men e Doom Patrol e esaspera il teorema di Stan Lee dei supereroi con super problemi portandoli a livello apocalittico.
La velocità di narrazione è da Formula Uno e porta a soluzioni rapide, contorte e folli, ma sempre divertenti e inaspettate. Però fa perdere quasi completamente la parte introspettiva e di approfondimento, regalandoci protagonisti piuttosto bidimensionali e con poco spessore. Specialmente le figure femminili ne escono male, prive di reali e comprensibili motivazioni finiscono per restare marginali alla storia. Per non parlare dei “Cattivi”, vera tappezzeria (eppure l’Orchestra Verdammten è semplicemente geniale, nella sua impossibile follia).
Sono Numero Uno e Due, SpaceBoy con il suo corpo da gorilla marziano e Diego unico vero vigilante, gli unici ben definiti, mentre il resto della famiglia è più un contorno (anche Numero Cinque, protagonista assoluto della serie TV, ha qui uno sviluppo minimo).
Tanti, tanti, tanti sono gli argomenti che Way mette nel piatto che quasi si smarriscono nell’arco narrativo. Scopriamo in poche pagine che Sir Reginald è un alieno, che Diego e Vanya avevano un rapporto speciale nel quale adesso qualcosa si è rotto, che Voce e SpaceBoy hanno un debole l’uno per l’altra. Tutti argomenti che avrebbero meritato più spazio e che invece ci vengono serviti in poche righe, poche vignette.
Il tratto di Ba, caricaturale e deforme ma sempre chiaro e riconoscibile, è funzionale alla storia. Sembra sempre un po’ allucinato e allucinante, a metà tra il sogno e la realtà.
A volte tende a esasperare alcune tavole, con colori particolarmente accesi e corpi sproporzionati. Acido, con alcune chicche, come il corpo sinuoso e bianco di Vanya e l’espansione costante di quello di SpaceBoy.
Nel complesso una mini che mi è piaciuta, anche se per avere il giusto impatto magari sarebbero serviti dieci, dodici albi.
Non annoia e non sazia, questa prima run della simpatica e folle famiglia Hargreeves.
È un ottimo fumetto di antipasto.