Scritto da Maddi Magnolia

 

“Sappiamo tutti che il mondo è  

troppo grande perché si possa essere  

significativi.” 

The Circle, Dave Eggers 

 

La figura geometrica del cerchio ci insegna che il punto da cui si inizia per disegnarlo è lo stesso in cui finisce, perché formato da una linea unica le cui estremità si ricongiungono per annullarsi l’una nell’altra. Rappresenta la compiutezza, ciò che non ha rottura e cesura. Emblema di ciò che non ha inizio né fine. Sprovvisto di angoli, è semplicemente perfetto. 
Il cerchio si configura, per queste ragioni, come la forma più adatta al confronto, dove tutti sono accolti in egual misura e chiamati a partecipare. Tutti dentro, nessuno esclusoÈ così che ci ha fatto sentire Tristan Harris, quando lo scorso aprile ha parlato durante TED talk.  
Lui è poco più che trentenne ed è presidente e co-fondatore del Center for Human Technology. Si occupa di etica applicata alla tecnologia, ex designer per Google, laureato a Stanford, ha studiato etica della persuasione umana nel Persuasive Technology Lab. Citato dalla rivista americana Rolling Stone come tra i geni rivoluzionari del nostro tempo, Tristan Harris ha fondato un’organizzazione, Time Well Spent, che ha come obiettivo una maggiore sensibilizzazione delle persone alla comprensione dei meccanismi e degli algoritmi che governano le piattaforme tecnologiche.  
Ci spiega, utilizzando la metafora del gioco di prestigio, che siamo vittime inconsapevoli della magia creata ad arte dagli strumenti manipolatori sempre più intelligenti del mondo social network, che prima studia come renderci dipendenti e poi ci studiano: chi siamo e come condizionare ogni nostra scelta poiché alla costante ricerca di vantaggi commerciali ed economici utilizzando l'attenzione attirata negli utenti, a scapito della qualità della loro vita come individui. La vita virtuale quasi sovrasta la vita reale. Le tecniche di persuasione, la selezione distorta dei contenuti proveniente dagli algoritmi costruiti ad hoc sulla base di ogni singolo individuo, ci propone una visione del mondo e ci spinge a diventare sempre più pigri e a scegliere quel mondo come via di fuga dalla nostra realtà. 
Angosciante, a tratti apocalittica, questa riflessione, seppur necessaria, mi porta a chiedere a me stessa se siamo davvero solo questo: il risultato di indagini di mercato subdolamente nascoste dietro i nostri like. Mi piace pensare che il mondo spesso va diversamente da come noi lo vorremmo programmare.  
Possono esserci modi diversi di convivere con quell’intelligenza artificiale che abbiamo creato, senza necessariamente subirla. Scegliere di fare una passeggiata, anche se cronometrata e postata, vedere un’amica al bar anche se con tanto di selfie allo spritz, leggere un e-book sul treno mentre andiamo al lavoro, guardare un video-tutorial su quali lavoretti fare in casa con i figli, in caso di malaugurato nuovo lockdown, fare una videochiamata ai nonni che sono lontani.  
Ribaltare la prospettiva, insomma, rendere la tecnologia, alla stregua di ciò che erano arco e frecce per i nostri antenati del neolitico: un modo di sopravvivere, di coltivare possibilità. 
Tutto grazie ad un algoritmo. Che come il cerchio, alla fine, è solo matematica. Poi ci siamo noi, ancora meravigliosamente umani.