Scritto da Fabrizio Castellani

Opere come “1984” e “Farenheit 451” credo siano letture obbligatorie per chiunque, per diletto o per lavoro, usi la fantasia. Un mondo futuro distopico più o meno oscuro, più o meno soggiogato, più o meno senza speranza. Di questo filone nei fumetti c'è un'opera, immensa, che è “Batman: il ritorno del Cavaliere Oscuro”.
Poi ci sono i suoi figli, a decine: dalla Umbrella Academy a Boys passando per tanti e tanti altri.
Spiderman: Il Regno è uno di questi figli.
Una storia, meglio dirlo subito, assolutamente fuori della decennale (e famigerata) continuity, con richiami forti all'opera di Miller ma anche al “Watchmen” di Moore e altre. Godibile anche senza sapere nulla dell'Uomo Ragno. A tratti anche troppo simile, se vogliamo dirla tutta. Ma se omaggio deve essere meglio che questo sia completo, deve aver pensato l'autore, Andrews.
La prima parte, infatti, sembra tratta di sana pianta dal Cavaliere Oscuro: Il sindaco di NewYork governa la città con pugno di ferro aiutato dalla sua personale milizia, Il Regno e dal ruolo compiacente dei media. La criminalità è stata azzerata, ogni ribellione o rimostranza è spenta nel sangue. Chi poteva ha lasciato la città, chi è rimasto è invecchiato nascondendosi e mettendo da parte la maschera. Solo i ragazzini della periferia, e in particolar modo una ragazzina dai capelli biondi (come la giovane Robin del Cavaliere Oscuro, altro omaggio) osano mettere in dubbio il regime. Un regime che si prepara ad un totale isolamento, chiudendo la città con una ragnatela laser. Sacrificare la libertà per la sicurezza. Quante volte detto.
Ma rimanere dentro alla ragnatela, come scopriranno presto i cittadini nella seconda parte, non è affatto sicuro.
Da qui in poi le differenze con l'opera di Miller si fanno più marcate. Là dove lo Stato era assente, qui è malevole e fin troppo attivo (ecco Watchmen); là dove Bruce Waine era invecchiato ma granitico, il Ragno è già battuto. In questa situazione infatti, ri-troviamo l'alter ego dell'Uomo Ragno, Peter Parker. Invecchiato, disilluso, ai limiti della demenza senile, solo. Spezzato da decenni di paure e rimorsi. Costretto alla battaglia per combattere i propri demoni interiori e per il suo innato, eterno, senso di responsabilità.
La parte forte, potente di questa mini in quattro numeri è proprio questa: la caratterizzazione del vecchio Peter. Un uomo invecchiato da solo, incattivito dalla vita, pieno di rimorsi e di rancore verso se stesso prima di tutto. Che si auto incolpa delle mille sconfitte subite, della perdita delle persone a lui care. Che trova però nell'ultima battaglia (ma sarà davvero l'ultima?) un nuovo, eppure antico, senso della propria esistenza.
Andrews ci regala una bella carrellata di personaggi. JJ Jameson, in primis, ma anche i Sinistri Sei, Hypno Huster, l'Uomo Sabbia e Octopus. A questi ultimi due, pur dedicando poche tavole, l'autore riesce a conferire notevole spessore, dimostrando che quando si ha talento anche con poco spazio si può costruire. Anche l'antieroe dell'occasione, Venom, seppure un po' forzatamente, ci appare come un simbionte alieno, diverso, invecchiato, incattivito (che per essere uno che mangiava cervelli non è poco).
La cifra grafica, ad opera dello stesso Andrews, con l'aiuto ai colori dello spagnolo Villarrubia è ottima. Tratti eleganti e raffinati, skyline dettagliati, primi piani espressivi senza essere forzati. Un po' troppo crudo a mio gusto personale nelle scene di lotta, ma di grande pathos nelle splash page. Tanto nero e rosso e tanta pioggia danno alla maggior parte dei momenti la giusta sensazione drammatica, alternata a scene oniriche di un bianco candido. Una narrazione che scorre senza intoppi, pur senza riuscire a nascondere alcune forzature.
Nel complesso direi un omaggio apprezzabile, che partendo da una stessa visione arriva a conclusioni simili percorrendo strade diverse.
Non sarà memorabile, ma se letto senza pregiudizi, per me è un buon fumetto.

 

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