Scritto da Tiziana Tafani

Stanotte ho sognato mio padre. L’ho sognato giovane, con tutti i suoi capelli neri, la sua larga risata che mi riempiva le ossa e una maglia a v gialla, che aveva e non amava. Lo sogno sempre vestito così, di questo colore che coniugava le nostre perplessità ma che, secondo il suo gusto di bon vivant, era quello che meglio si adattava ad un abbigliamento informale. Lo sogno spesso, da quando non mi capita più di incontrarlo, e alle lacrime di quando apro gli occhi, nel corso della giornata, si produce in me un benessere ardimentoso che mi farebbe superare le barriere degli spazi impossibili, se la mole di roba che mi porto addosso me lo consentisse. Stanotte era illuminato da un lucore che io non ho mai conosciuto in vita, un faro naturale abbagliante che non faceva sconto alle sue giovani rughe, chissà quanti anni avevo in quel sogno: 12, 13.
Di tutte le forme di amore che ho avuto la sfortuna di provare, quella per lui è la più tenace, la più incancellabile. E non solo perché era mio padre, il mio principio, la metà genetica della mia costruzione. Perché era amore purissimo, duro come un diamante che mi brilla ancora nelle mani e di cui non potrò mai fare a meno.
Io non so cosa lui stia provando, ma sono certa che sia felice, come lo sarebbe chiunque, di essere amato cosi.