Recensione a cura di Federica L. Mattei

Acquistai la mia prima casa il giorno successivo al licenziamento. È certo una prassi inusuale nel rituale di un’esistenza, eppure così andarono le cose. Ogni fatto destinato a stravolgere la vita nasce dall’assoluta impossibilità di calcolarne l’effetto, rintracciarne la causa. Ciò rende ogni previsione parziale o completamente vana.
(…)
Iniziare a sgomberare un appartamento nel quale si è vissuto per anni è come inscatolare i propri pezzi. Bisogna disporli con cura in modo che non si rompano, che occupino il minor spazio possibile restando legati con logica, così da riordinarsi l’uno accanto all’altro.

Inizia da qui, dalla compera di una casa e dal conseguente trasloco, l’avventura di Zeno Bizanti, fattosi fin dapprincipio narratore delle sue stesse vicende. Bizanti ha un passato da autore televisivo di programmi spazzatura di cui ha voglia di disfarsi ricominciando daccapo: una nuova vita, una nuova casa, vecchi interessi. La sua rinascita sembra procedere per il meglio finché non iniziano a bussare alla sua porta stravaganti personaggi con in mano delle moleskine da riconsegnare al mittente. Peccato che quel mittente sia Bisigato, il vecchio e deceduto proprietario della casa che in eredità ha lasciato solo uno scantinato da sgomberare. Di lì in poi si avvicendano personaggi a dir poco strampalati, come il cacciatore di fulmini di cui il protagonista offre una profonda e chiara definizione:

Quel ripararsi svelto dietro l’obiettivo tradì l’onesto contenuto della confidenza. Riconobbi nelle parole un robusto e sprezzante cinismo e Ansano apparve finalmente più umano. Il cinico è un romantico intimidito, un sentimentale truffato che spera di innamorarsi ancora. È colui che trasuda veleno dalla bocca, supplicando di essere smentito. È duro nella buccia perché i graffi fanno la crosta. Il disincanto è una protezione.

Bizanti cerca di rintracciare la nipote del signor Bisigato, di far chiarezza sul significato di quelle moleskine sparpagliate a caso (a caso?) in città, ma ciò che ne ricava è solamente una spiegazione parziale, e paradossale, sui contenuti. L’intento di quella impresa sembra restare incompreso finché quei personaggi, che paiono la caricatura di sé stessi, offrono al titubante Bizanti una soluzione, per quanto alla stregua dell’assurdo.

Credo che, in questo romanzo, la scrittura di Pontuale sia non solo di gusto, ricercata e lontana dalla semplificazione semantica, ma che possegga anche un elemento in più ovvero una carica antropologica e malinconica che rende ogni riga, ogni pagina, ogni riferimento denso e corposo. Un romanzo molto apprezzato di cui vi consiglio la lettura.

Dario Pontuale

 

Dario Pontuale, nato a Roma nel 1978, è scrittore e critico letterario. Ha pubblicato i romanzi La biblioteca delle idee morte (2007), L’irreversibilità dell’uovo sodo (2009), Nessuno ha mai visto decadere  l’atomo di idrogeno (2012), Certi ricordi non tornano (2018). Il racconto I dannati della Saint George (2015). È autore delle raccolte di saggi Ciak si legge (2016), Una tranquilla repubblica libresca (2017), della biografia critica Il baule di Conrad (2015), tradotto anche in Francia, e della monografia critica La Roma di Pasolini (2017). Ha curato edizioni di Flaubert, de Maupassant, Zola, Musil, Stevenson, Melville, Conrad, Svevo, Salgari, Tolstoj, Puškin, Cechov. È cofondatore della rivista letteraria “Passaporto Nansen” e collabora con la rivista salgariana “Il corsaro nero”.