Scritto da Fabrizio Castellani

É appena passata, sulla piattaforma Sky, questa serie TV basata sul romanzo di M. Ruff (che non ho mai letto ma che mi sono ripromesso di recuperare al più presto) e devo dire che i dieci episodi sono davvero volati.
La storia è ambientata nell'America degli anni cinquanta. Guerra di Corea, razzismo, ma anche tanta letteratura SF che oggi chiamiamo vintage.
Il reduce di colore Atticus torna a casa dal fronte per la scomparsa del padre, con il quale ha sempre avuto un rapporto conflittuale. Da Chicago partirà in compagnia dello zio (che forse è il suo vero padre) e della bella Liti, destinazione la contea di Ardham, dove in una tenuta gotica in mezzo al bosco, tra mostri dai mille occhi e suprematisti bianchi, dovrà cominciare a sciogliere i nodi nascosti sulle origini della sua famiglia.
Un contesto che richiama subito, se il titolo non bastasse, alle atmosfere care al Lovecraft autore.
Gli omaggi e i richiami allo scrittore di Providence si sprecano, dai nomi (Arkham è il nome della città dove Lovecraft ambientò parte dei suoi racconti, per esempio), all'aspetto di alcuni mostri (tutti tentacolari, grossi e violenti) e dal permanente senso di incombente rovina che aleggia in ogni episodio.
Pure il sangue non manca ed è spettacolare il modo con cui gli autori hanno scelto di rappresentare il “cambio di pelle” di alcuni protagonisti.
Dove però l'opera weird di Lovecraft si fermava alla storia (per quanto eccelsa) qui gli autori fanno propri i movimenti “MeToo” e “BlackLivesMatter” (come già fatto di recente da altre serie TV, tra le quali la bella “Watchmen”), denunciano il contrasto tra Atticus e la sua famiglia con la cattiva di turno, una magnifica e algida Christina Brightwhite (Nomen Omen), condannano le violenze gratuite dei poliziotti bianchi, la discriminazione verso le donne e non perdono occasione, con un salto nel tempo, di ricordare a tutti il più grande attentato contro la comunità afroamericana, il massacro di Tulsa del 1921.
Grottesco, se si pensa che è tutto molto in contrasto con lo spirito di Lovecraft, da sempre considerato autore apertamente razzista e che non ha mai dedicato un ruolo da protagonista ad un personaggio femminile.
Oltre all'aspetto di denuncia sociale, la bravura degli autori è stata quella di disegnare un intreccio piuttosto semplice e inserirci dentro tutto quello che ogni appassionato del fantastico ama.
C'è l'horror puro con fantasmi, enormi cani dai mille occhi, spiriti della mitologia orientale, ascensori posseduti, incantesimi di sangue al plenilunio.
C'è la SF più vintage, quella delle tute spaziali di carta argentata e dei caschi a boccia di vetro, alieni dai mille tentacoli e donne dai capelli azzurri.
La meccanica quantistica, con i salti nel tempo, gli universi paralleli, l'ucronia.
Anche lo spirito avventuroso fatto di passaggi segreti e tunnel nascosti pieni di trappole.
Insomma, un gran calderone dove si mette a bollire un po' di tutto, si aggiunge un pizzico di sesso e qualche trasgressione e infine si serve in tavola.
E debbo dire che ne esce un buon piatto, anche se non è una pietanza perfetta.
Qualche caduta di ritmo, alcune scene sembrano fuori contesto, altre sembrano troppo lunghe, alcune situazioni sono tirate per i capelli. E se di alcune cose se ne poteva fare a meno, altre probabilmente avrebbero potuto avere più spazio.
E talvolta i protagonisti sono troppo monocorde, diventando prevedibili nel loro modo di risolvere i problemi che, passo dopo passo, gli si prospettano di fronte.
Come disse però una volta un grande regista del genere fantastico: “hei, guardate che è solo un film”.
Quindi non serve star troppo a pensarci su. Non serve chiedersi “cosa significa quel dettaglio?” oppure “cosa avrà voluto dirci l'autore?”.
Un secchio di popcorn, una birra, il divano e TV accesa.
E alzare il volume, perché la colonna sonora è davvero gran cosa.