Recensione a cura di Fabrizio Castellani

Come funziona con i libri? Come si sceglie, in una miriade di copertine sopra a uno scaffale, una storia?
Ognuno ha il suo metodo e io, personalmente, preferisco la scelta multipla. Un consiglio o una copertina particolare, un autore nuovo, un classico oppure un emergente. Che sia un genere giallo o romance non fa grande differenza. Mi muovo, diciamo, per curiosità.
Seguendo alcune briciole di pane lasciate in questo blog mi sono imbattuto nel francese Michel Houllebecq e nella sua “Le particelle elementari”, pluripremiata opera di fine millennio.
Una storia ben articolata, che segue l'intera esistenza dell'affermato e geniale biologo molecolare  Michel Djerzinsky, teso verso il sogno di clonare il genere umano, e delle persone che gravitano attorno alla sua vita.
Dall'infanzia priva delle figure genitoriali ai successi scolastici che lo proietteranno vicino al nobel.
Dal rapporto con il fratellastro Bruno a quelli con l'altro sesso, focalizzati con la figura della giovane vicina Annabelle, pseudo amore giovanile prima perso, poi ritrovato.
Fino al successo, con il corollario finale di quanto accadrà ben più tardi, dove porteranno gli studi di Michel sul DNA cinquant’anni nel futuro.
Grande spazio è riservato alla figura di Bruno, insegnante morbosamente attirato dal sesso e in continuo andirivieni nelle cliniche psichiatriche, e alle due figure femminili Annabelle e Christiane, che con i due uomini hanno condiviso parte del loro percorso di vita.
Vita piuttosto arida, direi.
Membri di un'umanità alienata, che annaspano nella vana ricerca dei sentimenti attraverso una metodica e costante sperimentazione sessuale che, pur senza raggiungere mai estremismi, non si può decisamente definire comune. Zuppi della certezza che la vita è una sofferenza, che gli istanti di felicità sono minuscoli lampi di luce nel buio e che, alla fine, si muore e nulla resta.
Tirando le fila un romanzo asciutto, nichilista.
Un romanzo per alcuni versi sorprendente, privo di una reale collocazione di genere, sospeso tra uno sviluppo fantascientifico distopico e la denuncia sociale, tra il racconto della solitudine e la ricerca della felicità.
Uno stile asciutto, spesso inframmezzato da spiegazioni scientifiche di varia natura, dall'etica della fisica quantistica alla biologia, dalla filosofia alla sociologia, all'eugenetica. Privo di qualsiasi slancio, di sorprese, di colpi di scena. A volte eccessivo nella crudezza del linguaggio, più che della rappresentazione che invece è scarna, lasciata in gran parte all'immaginazione del lettore.
Nello stile mi ha ricordato il Vonnegut dei Rosewater (pur senza il caratteristico humor nero del grande autore americano) o il Carver dei racconti.
Ho fatto fatica, confesso, a portarlo al termine, nonostante sia davvero una fonte di spunti di riflessione. Interrogativi enormi, etici e morali, ai quali ogni individuo darà la risposta che meglio lo soddisfa. Se c'è, una risposta.
Va sorseggiato con calma, perché ogni capitolo ha un sapore amaro e freddo.