Recensione a cura di Fabrizio Castellani

Mi serve un Nobel. Non per me, ovviamente. Ma per il buon Chuck, che reputo uno degli autori che meglio sanno interpretare l'umanità del nuovo millennio.
Con il suo stile asciutto, a tratti nichilista. Le battute fulminanti e cattive. Le digressioni filosofiche che si insinuano serpentine. Con la trame che virano al grottesco, al surreale.
Questo “Diary” ha dentro tutto questo.
Il diario di Misty, cameriera al Waytansea Hotel, sull'isola che porta lo stesso nome. Un marito che dopo un misterioso tentativo di suicidio giace in coma vegetativo, ma che prima di mettersi in auto e lasciarsi soffocare dai gas di scarico ha lasciato messaggi criptici murati nelle case dei villeggianti. Una figlia sempre più distante e legata alla nonna paterna Grace, un passato da pittrice che oramai si è lasciata alle spalle.
Ma qualcosa di strano, sull'isola di Waitensea, c'è.
Così mentre la “cazzo di cicciona sciatta” Misty segue le briciole lasciate in giro dal marito, aiutata dal misterioso grafologo Angel Delaporte, precipita sempre più a fondo ad una misteriosa tradizione locale. Una tradizione che la vede destinata a tornare alle tele e ai colori, per salvare l'isola dalla completa decadenza.
Dipingere, oppure tutto sarà perduto.
In un crescendo di situazioni grottesche e surreali, di complotti e macchinazioni Palahniuk tesse un romanzo che potremmo definire weird, bizzarro.
Confonde il lettore mischiando il reale con il fantastico, la visione con l'allucinazione.
Ci fa conoscere una madre in difficoltà, che ha barattato i sogni di artista “con le pezze al culo” per un futuro appena un gradino più sereno. Con tutti i dubbi, quelli di tutti, se ne sia valsa la pena.
Conosciamo la bambina più cattiva e pragmatica di tutti i bambini del mondo, e una nonna legata alle tradizioni. Un'isola chiusa, un amante desideroso di scoprire la verità, un mondo con regole proprie.
Bisogna calarsi dentro alla pelle dei protagonisti. Sentire le ferite, l'odore del sangue e dello sporco. La rabbia che ti bolle in quello spazio che sta tra la gola e lo stomaco, la sensazione che d'improvviso ti porta a stringere le mani e immaginare che dentro ci sia il collo di qualcuno. Tenere un martello pesante e usarlo per abbattere un muro, trovarsi con uno sconosciuto in uno spazio ristretto e sentirne l'odore, il respiro, il desiderio.
Sensazioni forti, estreme, primordiali.
Alla fine spoglia di tutti gli orpelli l'Umanità dei personaggi e li lascia nudi ai bisogni primari. La fame e la sete, la sofferenza. L'affetto per i propri cuccioli, la necessità di una comunità. La rabbia e il sacrificio.
I nonni creano nel sangue, i figli mantengono, i nipoti sperperano. E dopo tre generazioni occorre ricominciare. In fondo è questa l'impalcatura del romanzo.
Ma come si arriva a questo, Palahniuk lo svela con sapiente racconto.