Scritto da Tiziana Tafani

Aurora era convinta, in fondo a sé stessa, di non provare amore per gli animali. Le erano indifferenti i gatti, odiava il sibilo delle zanzare, era terrorizzata dai volatili e provava orrore per il sudore dei cavalli. Strano, in una come lei, che la natura aveva dotato di grazia, eleganza ed una qual dose di purezza, che la facevano apparire la protagonista ideale di una di quelle belle favole in cui una sognatrice vede il mondo con i colori della bellezza ed è ricambiata di pari amore da tutte le creature che incontra. Si sforzava di sorridere, quando le arrivavano le foto sdilinquite di contatti distratti, da piattaforma elettronica, e dentro di sé pensava “guarda questi quanto sono scemi”, e ad una mente logica come la mia non sembrava davvero possibile darle torto. Abitava di fronte casa mia, in un paese del centro Italia, dove tutti sanno tutto e dove c’è sempre uno sguardo dietro una finestra a giudicare quello che fai, ma anche una mano pronta ad accarezzarti quando ti sembra impossibile procedere anche di un solo passo. Avevo imparato a riconoscere la metrica di Aurora perché i suoi gesti somigliavano tanto ai miei. Anche io tutte le mattine pulivo il piazzale, chiudevo le zanzariere d’estate, stavo attenta a non vedere orme di animali e in caso contrario subito contattavo la protezione animali per lo spavento. Una volta, una nidiata di piccioni capitata per caso mi aveva quasi tramortita. Fu così che una notte mi trovai ad ascoltare un lamento lontano che, scoprii, apparteneva ad un cocker color cognac. Lo scoprii perché lo vidi tra le braccia di Aurora la mattina dopo, che lo aveva tirato a lucido e lo imboccava come un neonato. Va a capire come vanno le cose. Ma non mi sono fatta gli affari miei, ho suonato il campanello e le ho domandato da dove venisse l’intruso. Lei, con i cuoricini nelle iridi, mi spiegò che il naufrago era arrivato terrorizzato, sporco e bisognoso di amore, e che tutto questo non ci vuole tanto a capirlo, basta lasciare aperte le finestre del cuore e sintonizzarsi sulle giuste lunghezze d’onda.
Mi congedò lasciandomi senza parole. Passò una settimana durante la quale il derelitto diventò il re indiscusso della piazzola e io mi convinsi a tenere la bocca chiusa. Fu così che in un pomeriggio assolato, di quelli che ti mettono in pace con la tua natura storta, mentre uscivo distratta da mille idee sul da farsi, vidi un uomo davanti alla porta di casa di Aurora, che teneva per mano delle redini a cui, risalendo con lo sguardo, era attaccato un cavallo. Per poco non mi venne un colpo. Mi rassicurò vedere Aurora che lo congedava con dolcezza. Poi lo vidi tornare ogni giorno. Uscivano insieme. Aurora, l’uomo e il cane, che era stato battezzato con il nome di un poeta e si strusciava beato tra le gambe dei suoi custodi. In breve tempo, Aurora prese ad andare a cavallo, adottò una cucciolata di gattini e si stampò in faccia un sorriso come quelli delle favole. Prodigi dell’amore, dicono.
Ah certo, dicono, io queste cose non le ho mai trattate, sono una vecchia zitella di paese e mi piace pensare di essere rimasta l’ultima strega arcigna in questo panorama pieno di rose.