Scritto da Marika Mattei

Il mondo è bello perché è vario”.

Quante volte nelle occasioni più disparate abbiamo detto, letto o ascoltato questo famoso proverbio. Ma qual è davvero il significato? Spesso viene utilizzato come un elogio alla diversità di pensieri, di opinioni, di caratteristiche personali, e dei modi di vedere e vivere la vita, ma tante altre volte rappresenta un banale tentativo di mettere fine a un discorso poco gradito.
Il termine diversità deriva dal latino dīversĭtās e sta ad indicare qualcosa di differente, discordante, implicando necessariamente il riferimento a qualcosa di convenzionale, un prototipo con cui confrontarsi, una categoria in cui incasellare il conosciuto. Il processo di categorizzazione è funzionale alla conoscenza del mondo che ci circonda, permette di dare significato e ordine agli oggetti e di ragionare su di essi, economizzando notevolmente lo sforzo cognitivo. Tuttavia, il rischio è quello di incappare in categorie eccessivamente rigide, che non ci consentono di accettare tutto ciò che è considerato troppo divergente da quel modello specifico.
In realtà, basterebbe guardarci attorno per osservare come tutto è diverso e unico nella sua specificità. La natura, nella sua biodiversità, ci dà modo di immergerci nel nuovo, nello sconosciuto. Ci consente di mantenere attiva la curiosità e ci permette di lasciare spazio a tutte quelle caratteristiche peculiari che discostano dagli schemi esclusivi a cui siamo abituati.
Nel primo decennio del 2000, ad Analalava, nel nord-ovest del Madagascar, Xavier Metz ha scoperto un particolare tipo di palma che ha chiamato Tahina (nome di battesimo di sua figlia che nella lingua locale significa “da proteggere”) spectabilis (termine che può essere tradotto come “spettacolare”). Questa rara pianta, di cui si stimano pochissimi esemplari, è caratterizzata da importanti dimensioni; difatti può raggiungere i 18 metri di altezza e, tra rami e le foglie, un diametro di 5 metri. Tuttavia, come ogni cosa spettacolare ha breve durata: la prima fioritura le risulta fatale in quanto, al termine della maturazione dei frutti, la palma muore.
E se, a proposito di spettacolarità, provassimo a immaginare a degli animali trasparenti? Detto, fatto. Nel Golfo del Messico è stato individuato il gamberetto fantasma freccia Periclimenes sagittifer che, negli abissi del mare, utilizza la trasparenza per difendersi dai predatori, mentre questa mimetizzazione non è più possibile quando viene raggiunto dalla luce del sole. Nelle acque indopacifiche, lo stesso meccanismo viene messo in atto dallo scorfano foglia (Taenianotus triacanthus) durante la sua fase larvale. Successivamente, sarà in grado di modificare il suo colore e assumere le sembianze di una foglia morta per camuffarsi e attaccare le sue prede.
Nella regione indopacifica e sulla costa atlantica africana, possiamo trovare i Saltafango, pesci appartenenti alla sottofamiglia Oxudercinae, che riescono a respirare fuori dall’acqua. Capaci di arrampicarsi sugli alberi, vivono nel fango rilasciato dalla bassa marea, nutrendosi di piante e animali che si formano dal contatto del terreno con il sole. Durante la fase dell’accoppiamento e di competizioni con gli altri maschi, saltano per mostrarsi alla femmina. Inoltre, per proteggersi dal sole e mantenere la pelle umida, scavano con la bocca una galleria nel fango, che diventerà anche il luogo dove deporre le uova.
Nel 1973, Steven Spielberg porta sul grande schermo il thriller “Lo squalo”, tratto dall’omonimo romanzo di Peter Benchley. Il film, divenuto un cult, ha contribuito a diffondere l’idea che questo predatore sia particolarmente pericoloso per l’uomo, merito anche della colonna sonora, che è valsa l’Oscar al compositore John Williams, nel 1976. Nonostante questo , nelle calde acque orientali degli Stati Uniti, fino ad arrivare nel Golfo del Messico, vive un altro tipo di squalo, lo squalo martello dal berretto (Sphyrna tiburo), un pesce che si nutre tendenzialmente di gamberetti, piccoli granchi e pesci, ma che si può definire in parte erbivoro in quanto si ciba anche della pianta acquatica Thalassia testudinum.
Nel 2018, nel film “Mia e il leone bianco”, si racconta l’avventura di una bambina che, in un allevamento di leoni in Sudafrica, stringe un rapporto di profonda amicizia con questo particolare mammifero. Tale caratteristica cromatica dipende una condizione di leucismo che, diversamente dall’albinismo, determina questa peculiarità del mantello, ma non sul colore degli occhi, che sono azzurri come negli altri leoni. Questo esemplare può essere rintracciato nelle Riserve del Sudafrica, nello specifico nella Riserva naturale di Timbavati e nel Parco Nazionale Kruger.
Infine, possiamo meravigliarci della bellezza del pavone bianco. Originario delle foreste dell'India, del versante sud dell'Himalaya e dell'isola di Ceylon, si caratterizza per il colore del manto e per la coda del maschio, che ricorda la trama del pizzo.
Dunque, comprendere a fondo il significato di quel proverbio corrisponde a mettere da parte le barriere cognitive che caratterizzano il nostro modo di pensare e di rapportarci al mondo. È un impegno quotidiano alla base del rispetto e della tolleranza che spesso dimentichiamo di rivolgere a noi stessi e a ciò che ci circonda. E, probabilmente, è anche l’unico modo per accogliere la diversità come inevitabile espressione della variabilità naturale.