Federica Belleri incontra per noi Ilaria Tuti e ciò che ne è uscito è stata una chiacchierata intima e profonda. E rivelatrice di un animo che va oltre la bellezza di ciò e di come lo scrive.

Cara Ilaria, benvenuta su Pieghedilibri. 
Grazie a voi per l’invito.

- L'argomento di questa settimana è la diversità. La protagonista di questa storia è Chiara, una bimba fragile e speciale. Cosa vuol dire per lei sentirsi diversa e cosa significa per la sua famiglia?
La diversità opera all’esterno creando spesso un attrito silenzioso, il dubbio, il sospetto, il pregiudizio. Non è facile rapportarsi con ciò che esce dai canoni, spaventa perché mette alla prova la nostra capacità di instaurare una comunicazione più profonda, meno convenzionale. La diversità ha effetto anche all’interno, dentro chi la manifesta e in chi ci convive: logora e tempra, raschia la pazienza e fortifica, allena all’accettazione, alla ricerca di strade nuove da percorrere per riuscire a vivere pienamente la propria vita, ma soprattutto nutre il meraviglioso istinto di cura e protezione, l’uno per l’altro.

- C'è anche un altro personaggio a suo modo fragile che conosciamo fin dal tuo primo libro "Fiori sopra l'inferno", il commissario Teresa Battaglia. In cosa consiste la sua diversità e come la vive?
Teresa Battaglia in realtà è una donna normale, come tante che incontriamo ogni giorno. La sua diversità sta nel non essere la classica protagonista di un thriller: quasi sessantenne, acciaccata, fuori forma, per nulla attraente e nemmeno interessata a esserlo. Rappresenta il “fuori canone” per eccellenza, non solo nella narrativa, ma in ogni ambito della società moderna, che ci chiede di essere individui performanti e perfetti, creando non poca frustrazione con modelli irraggiungibili. Teresa punta tutto sulle proprie capacità, perché il resto scricchiola. Ha sofferto, soffre, la malattia si affaccia e sgretola la mente – la sua arma più affilata – ma lei, di questo dolore, fa un fuoco di vita per gli altri, lo trasforma in compassione. Chi soffre ha uno sguardo molto più ampio e profondo sulla vita e sulle persone. La diversità, per lei, è ricchezza di prospettive; nell’altro Teresa vede l’inizio di un racconto che desidera ascoltare.

- Come invece viene considerata la diversità o il fatto di avere caratteristiche uniche dagli abitanti di una piccola realtà in un territorio aspro?
La prima reazione è il rifiuto silenzioso, l’allontanamento, una certa crudeltà insita nelle dinamiche umane e animali – il gruppo dei “forti” che emargina l’elemento più debole. A parole siamo tutti bravi ad accettare la diversità, nella realtà i fatti testimoniano spesso il contrario. La solidarietà si deve manifestare soprattutto in fatti concreti, che possono anche essere una presenza preziosa accanto a chi ha bisogno di sostegno, non di sospetto. La diversità spesso viene considerata una malattia – ecco perché l’allontanamento –, quando nella maggior parte dei casi è una condizione, un modo di essere. Siamo abituati a cercare i rapporti facili, poco impegnativi.
Devo dire che queste dinamiche si ritrovano in tutte le comunità umane. Anche la grande città ha le sue piccole realtà di quartiere, ma dispone di un numero maggiore di strutture e iniziative per combattere il pregiudizio. Ribadisco, però, che è la conoscenza dell’altro ad abbattere ogni muro e ogni ritrosia e il senso di comunità nelle piccole realtà è ancora forte. È il “diverso sconosciuto” ad avere la peggio.

- Come cambia, se cambia, l'istinto di protezione verso un bambino o un adulto definito da tutti "strano"?
Nei confronti del bambino, quando è piccolo, è senz’altro più facile accettare la diversità, perché intervengono in soccorso “ammortizzatori” come l’innata propensione alla cura e alla difesa dell’infante, che viene visto come indifeso e innocuo. Quando cresce e diventa adolescente, la percezione della sua vulnerabilità già cambia. Da adulto, non saranno concesse attenuanti al suo essere “strano”.

- Come si gestisce la libertà e la dignità di un qualsiasi soggetto fragile? Mi riferisco nello specifico alla storia che racconti ...
Con tre parole, che corrispondono a tre concetti ormai fuori moda, o dimenticati.
Ascolto, pudore, sacralità.
Siamo poco inclini ad ascoltare gli altri, a prenderci il tempo per partecipare emotivamente alle esperienze altrui, ma è solo la condivisione che porta alla conoscenza e quindi alla scoperta dell’altro.
Pudore nell’accezione di rispetto e attenzione nei confronti della sensibilità di chi abbiamo di fronte.
Sacralità – nel senso più laico e ampio – di una creatura dolente, che continua il suo cammino portando un peso che spesso non possiamo nemmeno immaginare. Così fragile, manifesta in realtà la grandiosità dell’essere umano.

- Grazie di cuore per essere stata nostra ospite. Ti aspettiamo con il prossimo romanzo di Teresa Battaglia. Buon lavoro!
Grazie di cuore a voi, alla prossima Battaglia!