Racconto scritto da Federica L. Mattei

(...)

Una femmina, col pelo marrone e gli occhi grandi, mi sta facendo dei gesti agitando una mano in aria. Siccome non mi interessa, torno a guardare il tronco sul quale sono sdraiato, ma lei riprende con la stessa tenacia e l’identico ritmo di prima. Allora mi alzo lentamente e mi avvicino alla vetrata, dondolando come al solito. Quando le sono davanti mi accorgo di essere molto più alto di lei, ma i suoi occhi sembrano ancora più grandi e mi accorgo che sono del colore delle foglie di bambù. Dopo qualche secondo di esitazione, lei allarga la mano sul vetro e mi guarda negli occhi, in attesa di un mio gesto. Allora stacco le nocche da terra, apro una mano e la poggio davanti a me, coprendo la sua. Lei sorride, poi inclina la testa da una parte e continua a guardarmi. Io faccio lo stesso, lei sorride di nuovo, e annuisce.
A questo punto si avvicina fino a toccare il vetro con il naso, spalanca la bocca e tira fuori la lingua. Io faccio un piccolo balzo in avanti e, mentre spalanco la bocca per mostrarle la mia, tutti i bipedi presenti iniziano a dimenarsi e a urlare, ma lei rimane dov’è, con la bocca chiusa e il vuoto intorno. A volte i bipedi fanno delle cose proprio stupide. Ci sequestrano, ci rinchiudono, e poi ci temono. Quando tornerò allo spiazzo scavato nella terra, dovrò ricordarmi di raccontare a tutti di questa cosa, anche se non penso che mi crederanno talmente è ridicola.
Lei continua a guardarmi; ha l’aria seria e serena e nei suoi occhi vedo qualcosa di vivo, una specie di scintillio che assomiglia a una promessa.
Non è rimasta a lungo, così come tutti gli altri. Loro entrano, curiosano, ridono, chiacchierano e poi se ne vanno. Sono io che resto sempre qua. Sento la voce ferrosa e mi accorgo che l’aria è più fresca. Gaetano non si fa attendere molto, ma stavolta non è solo. Ho riconosciuto subito quel manto e quegli occhi grandi e luccicanti. Ora indossa una tuta, ma non è come quella degli altri. Come sempre Gaetano si ferma due passi dopo la porta, lei invece si è avvicinata adagio, continuando a tenermi d’occhio. Non sembra che abbia paura di me, e io di certo non le farei del male, per nessun motivo. Dice qualcosa a Gaetano e lui annuisce, poi comincia a fare dei movimenti lenti, senza mai smettere di guardarmi negli occhi. Io la osservo in silenzio, seduto sul grosso tronco adagiato per terra.
A un certo punto mi chiede di guardarla e io lo faccio, poi mi indica i bastoncini di legno, che Gaetano aveva sparpagliato la mattina, e io ne prendo uno, poi si allontana indietreggiando senza darmi le spalle e comincia a battere le mani, io la imito guadagnandomi un sorriso.
Allora mi avvicino a lei col mio solito dondolio danzereccio, ma la sua faccia assume una smorfia di stupore. Gaetano emette un suono stridulo a bocca spalancata, e lei gli fa cenno di non avvicinarsi. D’istinto mi alzo sulle zampe posteriori e le metto le mani tra i capelli, smuovendo le ciocche marroni alla ricerca di pulci da togliere. La sento ridere in modo molto rumoroso, ma io continuo ancora un po’ a rovistare. Quando mi allontano per tornare al mio solito posto, senza essere riuscito a trovare ciò che cercavo, la sento dire a Gaetano che non sono affatto pericoloso e che devo aver attaccato Koron solo per difesa.
Complimenti, penso, vi ci sono voluti giorni e giorni di isolamento e due occhi grandi e verdi per vedere quello che avevate già tutti quanti sotto gli occhi, ma va bene lo stesso. Sto per tornare nello spiazzo erboso con la mia famiglia e il mio gruppo a cui avrò solo un paio di cose da raccontare. Quel posto mi sembrerà più bello di questo, ma nulla lo sarà mai quanto la mia amata foresta. È lì che Un giorno vorrò tornare.