Recensione a cura di Diana Melles

È il secondo anno che a Procida manca il respiro, come se il cuore si fosse fermato in un silenzio assordante, come se l’aria mite e tersa della primavera in arrivo nascondesse ormai un’anomala tristezza che riempie di malinconia gli animi dei procidani. Capita, durante un discorso o un ricordo, di vedere i loro sguardi persi nel vuoto a rimembrare tutto ciò che sembra ormai distante, lontano.
Il Venerdì Santo Procidano: La Processione, la Cultura, la Tradizione ancestrale, profonda, viscerale che solo ogni procidano può conoscere, per il secondo anno consecutivo, a causa dell’incubo Covid, non si potrà svolgere.
Ed è proprio in quest’atmosfera in cui Procida si sente orfana di un evento talmente immenso e incommensurabile da mancare atrocemente nei giovani, negli adulti, negli anziani mi sono ritrovata a leggere Il mistero di venerdì santo di Antonio Sobrio, 237 pagine di carta in apparenza, una macchina del tempo in verità.
Mi sono sorpresa a rivivere il fascino, la suggestione, la misticità del Giovedì e del Venerdì Santo a Procida attraverso minuziosi racconti e descrizioni delle usanze, dei rituali, delle abitudini che caratterizzano l’isola in quei giorni così particolari ed emozionanti. Bravissimo l’autore a intrecciare storia, cultura, geografia, costumi, itinerari segreti e incontaminati da scoprire come pure ad offrire al lettore una visione di Procida incantevole, ricca di mistero, magica, appassionante e avvincente.
In più nella nutrita trama del romanzo, di genere thriller, si interseca una trascinante e intrigante storia che tiene il fiato sospeso fino alle ultime pagine del libro nell’attesa di scoprire la verità sull’inspiegabile scomparsa del corpo del giovane Antonio. Ad indagare sulla sparizione un gruppo di ragazzi, protagonisti di un coinvolgente viaggio nella Procida “che non tutti conoscono e immaginano”, un viaggio nei meandri di un patrimonio naturale, storico, culturale da lasciare a bocca aperta.
Il libro si presenta come un mosaico variopinto di diverse tonalità: i colori pastello della meravigliosa Procida, i colori delle “mozzette” che distinguevano le varie confraternite operanti nella tradizione sacra della Processione, i colori noir dei risvolti cruenti e oscuri legati a luoghi occulti e nascosti dell’isola nel progressivo sviluppo della storia, i colori inconfondibili ed infinti del mare e del cielo, i colori pensierosi dell’autore che osserva Procida con amore, ma anche con dispiacere di fronte a tanti aspetti discutibili e migliorabili; i colori della speranza di un mondo migliore in cui regna maggiore rispetto verso l’ambiente, verso la natura, verso gli esseri viventi.
L’autore, attraverso il suo racconto, permette al lettore di abbracciare Procida nella sua totalità, nella sua molteplicità, nel bene e nel male e arrivando all’ultima pagina del libro giunge forte nel cuore la consapevolezza di aver respirato l’infinito, di aver assaporato la più grande bellezza.