Scritto da Fabrizio Castellani

Qualche mese fa in pieno lockdown e conseguente abbuffata di serie TV, ho avuto l'occasione di vedere la miniserie “The Lovecraft Country”.
Una miniserie piacevole, ben curata e anche se non sempre eccelsa, intrigante e ricca di spunti.
Mi ero ripromesso di leggere il romanzo omonimo da cui è stata tratta, ad opera di Matt Ruff, e delle avventure di Atticus Turner (in TV Freeman) e della sua famiglia sono rimasto un po' deluso.
La forza della miniserie TV, oltre all'impatto visivo di altissima qualità, è quella di far sue alcune istanze sociali attuali oggi come negli anni cinquanta: la discriminazione razziale, la violenza senza controllo di cui si possono rendere capaci alcune frange delle “forze dell'ordine”, i movimenti “Metoo” piuttosto che “BlackLivesMatter”, il disagio psicologico e umano della guerra.
Nel romanzo, invece, alcune di queste tematiche forti sono sfumate, diluite, prive di accento, mentre altre sono completamente assenti.
Quello che ci si trova tra le mani con questo libro è un romanzo “corale”, quasi un fixup di racconti ambientati nello stesso contesto, con personaggi affini.
Diverse sottotrame ognuna legata ad un personaggio differente. Ogni capitolo, giustamente titolato, è un racconto perfettamente fruibile come lettura a se stante, con il punto di vista di un protagonista sempre diverso di questa famiglia “allargata”.
C'è il salvataggio di Montrose, il viaggio in una dimensione alternativa di Hyppolita, l'avventura del giovane Horace (che in TV è la ragazzina Dee) e pure la convivenza della bella Letitia con un fantasma.
Ottimi spunti narrativi che gli autori della serie TV hanno preso e plasmato, modificato, fino ad ottenere un prodotto a mio giudizio migliore del romanzo.
Perché i dialoghi messi su carta sono sempre piuttosto piatti e monocorde, al punto che alcune volte si fatica a comprendere chi stia dicendo cosa. Alcune soluzioni sono davvero troppo semplificate, almeno per alcuni personaggi, e spesso anche le descrizioni sono troppo lasciate all'immaginazione del lettore.
E poi c'è la mancanza quasi totale della parte “sporca”, fisica. Quella sensazione continua di pericolo, la drammaticità delle scene di violenza, crude e sanguigne, la fisicità del sesso; sono tutti  totalmente assenti. Non c'è una parolaccia, non c'è un momento d'umana passione che sia comprensibile e ben visualizzato.
Scene e dialoghi sembrano ripuliti, passati in lavatrice, stirati e piegati pronti per essere riposti in un confortevole cassetto. Anche le figure femminili, che spiccano rispetto agli altri per solidità e pragmatismo, ne escono sbiadite.
Eppure lo spazio per esaltare il racconto c'era tutto. Una struttura solida, un antagonista piuttosto machiavellico, una famiglia semplice, pacifica e unita, orgogliosamente pronta a fronteggiare lui e chiunque altro la minacci. In un contesto storico, il 1954, ribollente e pronto a quei cambiamenti che hanno fatto la storia.
Un peccato.

#lovecraftcountry