Biografia acritica della scrittrice, Introduzione di Dario Pontuale (testo riportato integralmente)

Edizioni Ensemble SRLS - Roma, 2019

Direttore editoriale Matteo Chiavarone

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Nel dicembre del 1922 sono a Berlino, ma appena superato il confine scatta per loro un nuovo mandato di cattura, restare in Germania diventa quindi obbligatorio. Anche all’estero la vita risulta faticosa, Virgilia accusa malanni crescenti, la denutrizione peggiora una salute già estremamente cagionevole.
Partono per Amsterdam, infine scelgono una stanza nel Quartiere Latino, accanto al Pantheon, vicino ad altri intellettuali fuggiaschi: Filippo Turati, Anna Kuliscioff, Claudio Treves.
Nonostante l’insonnia e la costante debolezza accusate da Virgilia, l’aria parigina induce di nuovo alla battaglia per l’Ideale, così viene fondata la rivista Veglia e data alle stampe L’ora di Maramaldo, un’invettiva contro i comportamenti prepotenti, sopraffattori e goffi di Benito Mussolini. Sfortunatamente nel 1926 Borghi è costretto, per la propria incolumità, a espatriare clandestinamente in America e soltanto due anni dopo la d’Andrea può raggiungerlo grazie a un permesso temporaneo concesso dal consolato statunitense. Negli Stati Uniti, da costa a costa, la “propaganda sovversiva” dell’anarchica abruzzese prosegue senza requie, suo malgrado però le forze iniziano a mancarle, la malattia avanza impietosa A Boston, inoltre, la raggiunge la dolente notizia della morte dell’amico Malatesta e pochi giorni dopo l’annuncio viene ricoverata di urgenza per una grave emorragia. Operata da Ilya Galleani, figlia dell’anarchico Luigi, sembra ristabilirsi e ritrovare le energie necessarie. Riprende l’attività di propaganda e di scrittura, firma Torce nella notte, raccolta di scritti e riflessioni, ma il male e gli atroci dolori riprendono. Occorre un secondo disperato intervento che però non lascia speranze, così il 12 maggio del 1933 il corpo della d’Andrea, la coraggiosa maestrina di Sulmona, la valorosa anarchica abruzzese, viene calato nel cimitero comunale di Green-Wood, a New York, nella zona di Brooklyn. Quello che resta, quasi cento anni dopo, è un misto commovente ed esemplare di impegno letterario e civile, di sforzo lirico e politico.
La d’Andrea non lascia solamente un testamento filosofico, poetico, giornalistico, ma essenzialmente spirituale, la sua esistenza tramanda un pensiero tramutatosi in parola scritta, in versi o in prosa, pronunciata in fabbriche e piazze. Una parola che si trasforma in azione mai animata dall’odio, piuttosto spinta dalla ferma volontà di liberare l’essere umano, qualunque essere umano, dall’abuso, dalla protervia, dal giogo, insomma dal Potere. La parola come mezzo per raggiunge i cuori e le menti, una lirica che predilige una forma soave nonostante lo scopo, una lingua che salda assieme i verbi dell’agire e del pensare, senza disperdere lo scopo primario, senza mai abbandonare la delicatezza d’animo che la contraddistingue.
Quando nel 1922 esce Tormento, l’autrice viene denunciata perché le poesie «trasmodano di felina bile contro l’Italia nei suoi poteri e nel suo assetto sociale, sono versi scritti pensatamente con studio per istigare a delinquere, eccitare all’odio e vilipendere l’esercito». Un capo d’accusa sproporzionato, ma non infondato. Le poesie della d’Andrea, non istigano a delinquere, non eccitano alla violenza o al vilipendio, semmai spingono all’azione, al coraggio di muoversi, alla tenacia di non piegarsi. Non trasudano felina bile contro l’Italia, piuttosto spronano il popolo italiano a destarsi dall’incubo vissuto, a evitare la deriva verso la quale sta naufragando, il totem littorio attorno al quale va radunandosi. Versi che scuotono dal sonno spiegando con parole semplici e metafore immediate, il senso del vero che lentamente sfugge. La purezza del pensiero anarchico, il sentimento autentico che questo filosofico insegnamento dona, riempiono liriche vergate con un duplice intento: portare la speranza e portare conoscenza.
Un intento duplice e pugnace come l’Abruzzo.

Dario Pontuale

 

È forse un sogno?
In memoria di Rosa Luxemburg

Dormi, povera donna, che credesti
Poter mutare il mondo!
Or posan quiete l’iridi celesti
E reclinato è il triste capo biondo.
E inerti son le affusellate dita,
Che un filo hanno intrecciato...
Col sacrificio de la dolce vita
…Anche il bel sogno a turbine è crollato.
Chè s’alza e vola la canzone umana
Da le quinte a la scena
E si svolge e si snoda ne l’insana
Luce de l’orgia tumultuosa e oscena,
E passa e guizza e torbida trascina,
Con un miraggio infido,
Forza incalzante e ala di turbìna,
Anime e sogni verso ignoto lido.
E il popolo più triste e più pensoso
Batte i sentieri oscuri,
E scorda il maggio, cèrulo e radioso,
Ridente ai piani fiammeggianti e puri.
E non insorge, no, forte e ruggente,
Indomito lëone,
Nè spassa, alfin, la chioma sua fluente
Nel gesto grande de la ribellione.
Ed è, fiacco e codardo, arma e puntello
Del putrido armamento:
E a tratti addenta i troni e lo sgabello;
Ma poi si acquieta, pallido e sgomento.
Avanti, avanti, su... Verso la gloria,
Verso l’aperto mare!
Scrivi, col sangue la più bella storia,
Sul drappo incidi la parola: kmdlg.
Ma triste e muta la smarrita folla
Resta tra i ferri, schiava,
E infeconda la sua fede crolla,
Che barricata, un giorno, flagellava.
E attorno a la dormiente per incanto
Fioriscono le rose...
Forse sbocciate dal notturno pianto
Degli occhi occulti de le morte cose.
E l’arsa bocca par che triste implori
baci che ha respinti...
Cedono i fiori, e petali e colori
Da quell’angoscia dolcemente vinti.

Carceri di Bologna, 20 ottobre 1920

(Poesia a pagina 42)