Scritto da Fabrizio Castellani

Avevamo lasciato l'agente Drake vivo per miracolo e la sua base operativa praticamente a pezzi, mentre il cattivo di turno Marcus fuggiva dopo aver rivelato al mondo l'esistenza del programma Hardcore.
In questo sequel, “Reloaded”, la storia riparte esattamente da qui.
Lo sceneggiatore Thomas prende gli ingredienti del primo volume e senza mescolarli troppo aumenta le dosi, sfornando il più classico dei sequel action in stile “Die Hard”.
Se nel primo capitolo Drake ha sconfitto un cattivo tutto sommato motivato e credibile, perchè nel secondo non mandarlo contro tutta una squadra? Una squadra più attrezzata e cazzuta, ovviamente.
E per far fronte a tanti cattivi tutti assieme quale scelta più saggia di chiamare al tuo fianco proprio quel Marcus che ti aveva tradito e quasi ammazzato? Meglio tenerseli vicini, certi tipi.
Insomma: se vi piacciono le saghe ad alto tasso di adrenalina e i loro sequel questo “Hardcore: reloaded” è una gustosa lettura.
Certo la trama è scolastica e spesso si perde in cervellotiche soluzioni che poco hanno a che fare con la credibilità. E il nemico di turno, una Lyala che ha nella vendetta la più classica delle motivazioni dopo aver tenuto tutti in scacco per un centinaio di pagine si perde banalmente proprio nelle ultime cinque del finale, dimostrandosi inconsistente come l'aria.
Ma siamo in un racconto fantastico, che diamine. Che ti frega della credibilità quando hai macchinari che ti fanno “possedere” i corpi altrui? Quando puoi sparare alle auto in corsa con pistole a raggi, spaccare muri con gambe potenziate ciberneticamente, saltare con il paracadute dalla finestra di un grattacielo?
E poi Drake adesso non è il solo “spacco tutto e risolvo tutto” del racconto. Thomas mette un nuovo Presidente degli Stati Uniti al comando: Stokes. Uno più tosto del Jack Ryan di “Air Force ONE” (quello che fa scendere da diecimila metri i terroristi che hanno attaccato l'aereo presidenziale a suon di pugni), ispirato ai Presidenti Obama (quello vero) e Palmer (quello del serial “24”).
Insomma l'action più “made in USA” che si potesse concepire.
Un action che paga (troppo) al tratto sottile di Portela. Il disegnatore di origine iberica è bravo nella composizione ampia e ricca di dettagli mentre patisce, a mio avviso, il taglio cinematografico necessario per quest'avventura. A poco vale il ricorso massiccio di spalsh paghe e vignette a tutta pagina e l'impressione è quella di avere una sceneggiatura che troppo spesso corre (e a volte inciampa) mentre il disegno ha il fiato corto nel tentativo (vano) di stare al passo.
Nemmeno i colori di Paciarotti, sempre un filo piatti, sono qualcosa di memorabile.
Però due dettagli mi sono piaciuti parecchio. Il primo nel modo di disegnare gli spari, con un cerchio di calore, quasi un arco di fuoco, attorno alla canna dell'arma. Un metodo che non è proprio comune.
Il secondo è l'uso frequente delle onomatopee. Grandi e ingombranti. Saranno anche fuori moda, ma i “BLAM”, gli “SQUELC” e i “WHOOMMP” a me piacciono, sono la parte sonora della lettura.
E in un action a fumetti non deve mancare una rumorosa colonna sonora.

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