Scritto da Marika Mattei

Siamo cresciuti in un contesto sociale dove tutto sembra essere già prestabilito: le caratteristiche, i ruoli, le competenze e le mansioni di ogni individuo sono definiti dal fatto di appartenere a uno o all’altro sesso. Già prima della nascita di un bambino, i genitori si creano delle aspettative diverse: vestitini e cameretta blu, soldatini, forza e virilità per i maschi; cameretta rosa, bambole, principesse e delicatezza per le femmine. Di conseguenza, le pratiche educative si fondano su questi schemi cognitivi, frutto di modelli sociali a cui i genitori stessi sono stati esposti. È sufficiente guardare per qualche minuto le pubblicità per bambini per renderci conto di quanto i mass media contribuiscano in modo determinante al rafforzamento di queste due categorie facendo leva sulle differenze, cosi da alimentarle ulteriormente. In questo modo, le aspettative sociali relative al genere giocano un ruolo determinante sulla formazione dei nostri gusti, sulle nostre attitudini e sugli interessi, sul modo di relazionarci con gli altri e come gli altri devono relazionarsi a noi.
Come sappiamo il processo di categorizzazione è di per sé funzionale per gli individui poiché ci consente di orientarci nel mondo in modo più efficiente ed economico, tralasciando però tutta una serie di informazioni e sfumature peculiari. Si parla quindi di stereotipo quando si vanno ad attribuire poche caratteristiche a tutta un’intera categoria, senza tener conto delle differenze e delle particolarità di ciascun membro. Inevitabilmente, questa può diventare una gabbia in cui tutto ciò che si discosta da un determinato modello può essere considerato inappropriato, limitando così la libertà di espressione di ciascuno.
Nonostante siano state portate avanti numerose battaglie nei decenni passati, questo retaggio culturale e sociale è tuttora fortemente radicato. Questa dicotomia maschile/femminile è spesso associata a una differenziazione che da una parte vede l’affermazione di sé e il successo come prerogativa esclusivamente maschile, dall’altra l’affettività e cura dell’altro ad appannaggio femminile. Questa netta separazione è, ad oggi, ancora fortemente collegata a una distribuzione asimmetrica del “potere”.
La storia può insegnarci come queste differenze siano l’esito di tutta una serie di cambiamenti avvenuti nel corso del millenni e, quindi, di una costruzione culturalmente e socialmente determinata.
Infatti, a seguito di alcuni ritrovamenti archeologici, alcuni studiosi hanno ipotizzato che durante il periodo preistorico, in particolare dal paleolitico al neolitico, le civiltà fossero caratterizzato da un potere prevalentemente femminile. Infatti, in tutta l’Europa sono state rinvenute le Veneri paleolitiche, ovvero delle statuette raffiguranti delle donne con caratteristiche anatomiche femminili, come il seno e i fianchi, molto accentuate e probabilmente legare al culto della Dea Madre, simbolo di fertilità e di nutrimento.
Queste civiltà erano organizzare secondo una forma di governo definita “matriarcato” in cui il potere politico ed economico era nelle mani delle donne poiché considerate le uniche componenti del gruppo in grado di procreare, mentre veniva attribuito scarso rilievo alla paternità.
Tuttavia, non si deve pensare al matriarcato come la versione femminile del patriarcato, in quanto queste tribù di cacciatori-raccoglitori, che vivevano in modo pacifico e in armonia, erano caratterizzate dalla uguaglianza tra donne e uomini. I compiti erano equamente divisi e tutti avevano la possibilità di contribuire alla vita e alle scelte del gruppo.
Il passaggio a delle forme sociali patriarcali, ovvero dei sistemi sociali in cui l’uomo esercita la propria autorità sulla moglie e sui figli, è stato un processo lungo che si è sviluppato a seguito dell’abbandono di una vita nomade, dopo lo sviluppo dell’agricoltura. Divenuti stazionari, iniziarono a differenziarsi i ruoli e le mansioni che ciascuno era tenuto a svolgere sulla base di questi. Inoltre, il prestigio femminile iniziò a scemare quando, attraverso le guerre, cominciarono a esercitare il potere politico ed economico sugli altri territori, sfruttando la forza maschile.
Nonostante ciò, nel mondo sopravvivono ancora delle tribù matriarcali che ne conservano le caratteristiche descritte. Tra queste possiamo ricordare i Mosuo dello Yunnan cinese, i Bemba e i Lapula che abitano le foreste dell’Africa centrale, gli indiani Cuna al largo di Panamá, i Trobriandesi della Melanesia, i Tuareg nel deserto del Sahara e i  Minangkabau di Sumatra. In particolare, in quest’ultima tribù quando le donne si sposano restano a vivere nel villaggio materno insieme ai figli di cui si prendono cura, mentre i mariti restano nel loro villaggio di origine. Si parla infatti di “paternità sociale” in quanto i figli sono accuditi anche dagli uomini del villaggio, come i fratelli e gli zii delle madri. Inoltre, sono caratterizzate anche dalla matrilinearità, ovvero un sistema di discendenza per linea materna in cui i figli ereditano i beni della famiglia materna.
In conclusione, quello che emerge è quanto siamo tuttora influenzati da queste costruzioni sociali. Tuttavia, queste polarità possono coesistere e integrarsi in ciascun individuo sulla base di quelle che sono le caratteristiche di ognuno, poiché rappresentano una risorsa per lo sviluppo della persona. Nel diritto al rispetto e all’uguaglianza, auspichiamo nella possibilità di esprimere liberamente se stessi sulla base di quelle che sono le attitudini personali e non in relazione a quello che ci viene imposto dall’esterno.